Il professor Domenico De Masi ammette di non preferire le cravatte e che, se fosse stato in Luigi Di Maio, il libro “Elogio della cravatta” lo avrebbe restituito a Casaleggio (non per il libro, s’intende). Lo stilista Mariano Rubinacci racconta invece di sentirsi come nudo se indossa la giacca senza la pochette, pur ammettendo che l’eleganza va ben oltre il valore che convenzionalmente viene dato all’abito che si indossa.

Non solo un accessorio di moda, dunque. La cravatta, come la pochette, può essere anche altro: un simbolo, uno status, un modo per comunicare, un dettaglio per fare la differenza. E proprio per questo Luigi Di Maio ha voluto concludere il suo discorso di dimissioni da capo politico del Movimento Cinque Stelle togliendo la cravatta. Via il nodo, via quel pezzo di stoffa. Quanta simbologia c’è dietro questo gesto? Esiste davvero un linguaggio della cravatta come della pochette? Viene da chiedersi osservando due elementi che sono diventati il segno distintivo dello stile di due protagonisti della attuale politica italiana: Di Maio con l’istituzionale cravatta e Giuseppe Conte con l’immancabile pochette.

Domenico De Masi, sociologo e professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, racconta di non amare la cravatta: “Deve far riflettere il fatto che la indossano gli uomini e non le donne. È come un cappio al collo che d’estate diventa una tortura”, dice sorridendo. E il perché lo spiega subito: “È l’unico tocco di colore concesso agli uomini che per essere considerati eleganti devono vestire in nero o in grigio. Prima non era così. Nel ‘600 e nel ‘700 gli uomini vestivano con gli stessi colori con cui vestono le donne. Da Lord Brummel in poi hanno dovuto indossare abiti scuri per sottolineare la serietà dell’uomo rispetto alla frivolezze delle donne. Ma è un errore”, spiega De Masi.