Da che il rispetto dei vincoli di bilancio dipende dall’Unione Europea, per un verso, e dalla fiducia dei mercati finanziari, per un altro, la già poco amata materia del debito pubblico e dell’equilibrio finanziario di Stato (ed enti locali) è divenuta odiosa: sovranismi e populismi di ogni ordine e grado, semplicemente, la disprezzano.

Quando, in quinta elementare, studiai l’unificazione dell’Italia, con il primo governo di destra e lo spettro, da subito, di grossi debiti e casse vuote, da bambino parsimonioso qual ero provai una simpatia istintiva (forse perversa) per Quintino Sella, dal 1862 grande risanatore delle finanze pubbliche. La stessa simpatia me la fece Jacques Necker: che, alla vigilia della presa della Bastiglia, quando Luigi XVI si trovò a fronteggiare la prossima bancarotta della Francia, fu chiamato a corte come ministro delle finanze. Con la brutalità candida dei tecnici (quelli bravi), invitò a considerare l’estensione della tassazione a nobiltà e clero. I sovrani francesi lo congedarono con fastidio e persero la testa.

In effetti, i terribili tecnicismi di bilancio possono far perdere la testa a ciascuno di noi, in senso quanto meno figurato. Con due effetti abbastanza tipici, ma gravi. Da un lato, la classe dei governanti sbraita contro i vincoli di bilancio, attribuendogli quasi una vita e un carattere, per così dire, “morale”: i vincoli sono cattivi, perché non consentono al governante di fare il bene. Se non ci fossero quei vincoli, quindi, il governante provvederebbe largamente al bene della popolazione governata. Dall’altro lato, la cittadinanza alza le spalle perché la materia è ostica e abdica al controllo dei governanti in questo settore, sì specifico, ma chiaramente vitale per l’amministrazione di qualsiasi comunità.

La nota predisposta dal sindaco del Comune di Napoli allora ci preoccupa perché disvela una reazione in cui a essere in gioco non è il solo squilibrio di bilancio. Il sindaco proclama che: 1) non è sua la colpa del dissesto, ma di leggi inique approvate dal governo Monti; 2) mai il Comune dichiarerà il dissesto. Ci tocca comprendere un po’ meglio, allora, cosa sia accaduto dopo il 28 gennaio scorso, quando la Corte Costituzionale (sentenza n. 4/20) ha stabilito che il Comune di Napoli ha sbagliato a redigere, dal 2015 in avanti, i suoi bilanci.

La sentenza dichiara l’illegittimità costituzionale di due disposizioni di legge (l’una del 2015, l’altra del 2017), sulla base delle quali, per l’appunto, il Comune di Napoli è incorso in errore. Dunque Monti non c’era già più (c’era Renzi), e l’errore del Comune è scusabile, perché c’erano ben due leggi dello Stato centrale a consentirglielo. Queste leggi consentivano di utilizzare, contabilmente, le anticipazioni di liquidità (che servono solo e soltanto a pagare i debiti scaduti, in base a una legge del 2013) in funzione del fondo (che ogni comune deve prevedere) per i crediti di dubbia esigibilità (quei crediti del comune che, per varie ragioni, sono difficili da riscuotere: il cd. FCDE).

Secondo la Corte, “il mancato accantonamento delle risorse, quantificato secondo l’ordinario criterio di computo del FCDE, consente al Comune di Napoli di impiegare un surplus di spesa, pari al mancato accantonamento, coprendolo con risorse “nominali” (ma non reali, perché il meccanismo contabile indebitamente autorizzato dalle norme censurate finisce per ridurre o azzerare il cosiddetto FCDE attraverso la sua sostituzione parziale o totale con l’anticipazione di liquidità), in tal modo incrementando di fatto – senza che ciò appaia dalle scritture ufficiali – il disavanzo di amministrazione già maturato negli esercizi precedenti”.

Facciamo un esempio numerico ridotto all’osso: io, Comune di Napoli, ho a mia disposizione 100 per pagare nel 2019 debiti scaduti dell’ASL del 2018 e, quando faccio il bilancio, uso (contabilmente) quei 100 per costituire il fondo che mi serve per fronteggiare i crediti di difficile incasso. L’operazione è incostituzionale, con due effetti. Il primo è che i 100 che avrei dovuto far confluire nel fondo, senza attingere alle anticipazioni di liquidità però, li ho intanto spesi. Il secondo è che, se da questo fondo devo togliere i 100 male appostati, devo riscrivere il bilancio e, senza altre risorse, mi verrà meno l’intero equilibrio economico-finanziario.

Come si vede, l’aspetto è molto tecnico e viene da chiedersi chi siano stati i generosi inventori delle leggi del 2015 e del 2017, che con questo meccanismo hanno indotto i Comuni a sbagliare (in buona fede?). Ma viene anche da chiedersi perché il sindaco, invece di sbraitare contro poteri forti ed occulti, non accetti l’ovvietà delle conseguenze della sentenza della Corte Costituzionale e non affronti la dura legge dei conti pubblici. Infatti, la Corte bacchetta il Comune di Napoli, con eleganza ma, mi pare, con una certa durezza.

Perché, chiederete? Il povero sindaco e i suoi tecnici sbagliarono per colpa delle leggi dello Stato. Al netto della considerazione che quella destinazione contabile avrebbe potuto non essere usata (un esperto contabile serio non se ne sarebbe avvalso e non avrebbe combattuto una sciocca battaglia contro la Corte dei Conti, una volta che il problema, nel 2018, emerse), resta la pochezza di contenuti della reazione del sindaco. Che invoca i bisogni della cittadinanza, e delle sue fasce più deboli.

A questo proposito, tuttavia, la Corte osserva: “(…) l’autonomia finanziaria di entrata e di spesa deve essere esercitata nel rispetto dell’equilibrio del bilancio (…). In tale prospettiva, l’equilibrio individuale dei singoli enti è un presupposto della sana gestione finanziaria e del corretto esercizio dell’autonomia, nonché del dovere di concorrere a realizzare gli obiettivi macroeconomici nazionali e dell’Unione europea. Ne consegue che tutte le disfunzioni – a cominciare da quelle censurate in questa sede – devono essere rimosse (…). È in ordine al deficit strutturale imputabile alle caratteristiche socio-economiche della collettività e del territorio, e non alle patologie organizzative, che deve essere rivolto l’intervento diretto dello Stato (…)”.

Detto fuori dai denti, tutto questo vuol dire: prima di andare a chiedere soldi a Roma, caro sindaco, devi eliminare le patologie organizzative che rendono impossibile una sana gestione finanziaria. Leggendo della notizia del possibile dissesto, mi sono ricordato di quanto poco durò, nel primo mandato di de Magistris, l’assessore Realfonzo, una specie di Necker napoletano. Ci importa poco che il sindaco perda o meno la testa (politicamente parlando). Ci interessa, invece, seguire come mastini le misure che, da qui alle prossime elezioni, saranno messe in cantiere per “eliminare le patologie organizzative”.