Nell’annuale bilancio della giustizia contabile la corruzione è indicata tra i reati in calo. Il procuratore regionale della Corte dei Conti Antonio Ciaramella l’altro giorno ha parlato di una “situazione complessivamente migliorata sia a livello regionale che nazionale”. Secondo Trasparency International, organizzazione non governativa leader nel mondo nella lotta alla corruzione, l’indice di percezione della corruzione nel 2019 ha classificato l’Italia al 51° posto nel mondo con un punteggio di 53/100, indicando come dal 2012 ad oggi il nostro paese abbia guadagnato punti (otto anni fa era 72°). L’indice di percezione della corruzione è il parametro utilizzato per misurare la corruzione nel settore pubblico. Sempre secondo Trasparency International, nell’ultimo anno in Italia si sono verificati 767 casi di corruzione e in questa mappa il fenomeno corruttivo appare tuttavia più presente nel Sud (360 casi) che nel Nord (251) e nel Centro Italia (156).

Analizzando il dato per regione, si scopre poi che la Campania è terza in Italia (con 103 episodi di corruzione accertati) dopo la Sicilia (che detiene il primato con 113 casi), la Lombardia (111) e il Lazio (95). I magistrati della Corte dei Conti hanno espresso, dunque, un cauto ottimismo. E anche sul fronte della giustizia penale, nell’ultima relazione della giustizia penale il dato sulla corruzione non è indicato tra i più allarmanti dell’ultimo anno se non con il riferimento alla cosiddetta “questione morale” dei magistrati per alcune ipotesi di corruzione che hanno visto di recente alcuni giudici al centro di indagini ancora in corso. La politica, dal canto suo, punta sulle più recenti modifiche normative, dalla Spazzacorrotti a quelle che hanno introdotto inasprimenti delle condanne alla più attuale riforma sul blocco della prescrizione. Ma davvero, in questo modo, quello della corruzione è da considerarsi un problema in via di risoluzione? Ne abbiamo parlato con l’avvocato Alfonso Furgiuele, penalista, esperto in processi per reati contro la pubblica amministrazione e titolare della cattedra di Diritto processuale penale all’Università di Napoli Federico II.

Davvero le leggi giustizialiste possono servire a risolvere il fenomeno della corruzione? “Credo che ci sia un equivoco di fondo. Non si possono utilizzare i processi come parametro per misurare l’aumento o la diminuzione del fenomeno corruttivo. Ai tempi di Tangentopoli, i processi per corruzione si facevano e proliferavano perché c’era un meccanismo a catena: si prendeva l’imprenditore, lo si arrestava, gli si diceva di raccontare altri episodi in cambio della possibilità di patteggiare e si ottenevano informazioni su altre corruzioni e nomi di pubblici amministratori da arrestare, da far confessare a loro volta e a cui chiedere di altri episodi, innescando un fenomeno di reazione a catena e un allargamento enorme della denuncia per corruzione. Chi ammetteva la corruzione aveva la possibilità di usufruire della sospensione condizionale della pena e patteggiare”. Poi cosa è accaduto? “Con l’innalzamento della pena a sei anni e l’impossibilità di patteggiare, è venuto meno negli imputati l’interesse a collaborare con la giustizia. E senza collaboratori, così come accade per la lotta alla mafia e alla camorra, è difficile contrastare il fenomeno”.

La legge forcaiola, quindi, non serve? “Non serve perché è finta e produce un effetto contrario a quello propagandato: invece di incentivare la denuncia, la scoraggia. E’ demagogicamente funzionale a svolgere una funzione di prevenzione ma sortisce l’effetto di disincentivare la collaborazione giudiziaria perché viene meno l’interesse”. L’avvocato Furgiuele ha le idee chiare: “Bisogna dare dei premi”. E spiega il perché: “C’è un piano demagogico a dire ‘alziamo le pene’ sostenendo che la gente abbia paura delle condanne. Ma la realtà è che nessuno ha paura delle pene, la gente ha paura del processo”. “Una pena esagerata – aggiunge il professor Furgiuele – serve a dare un’immagine all’opinione pubblica ma in realtà non risolve il problema perché con simili pene non è possibile intavolare trattative per avere confessioni e chiamate in correità”. E allora l’attenzione si sposta su pene “ragionevoli”. “La misura di innalzare la pena – precisa Furgiuele – è un vecchio escamotage squisitamente propagandistico, una soluzione di facciata laddove lo strumento per far emergere il fenomeno corruttivo è avere le chiamate di correità. È con i collaboratori che si sono sconfitte la mafia e la camorra ma ai collaboratori bisogna dare qualcosa in cambio e quindi il legislatore deve dare al pm uno strumento di trattativa che non sia di facciata. Il sistema virtuoso è di incentivare la possibilità di conoscere le notizie di reato. Non serve il blocco della prescrizione, non servono leggi come la Spazzacorroti che non spazzano i corrotti ma bloccano la conoscenza dei casi di corruzione e impediscono il meccanismo della denuncia e della collaborazione”.