A prima vista, le ultime reazioni al Coronavirus oscillanti tra la psicosi di massa e la minimizzazione elitaria, sembrano figlie legittime del conformismo inerente a ogni società, prodotte come sono dalla diffusione e imitazione di modelli di comportamento che mirano a realizzare e garantire la coesione sociale. Poi, però, a un esame più accurato, ci si rende conto che il tipo di reazioni cui stiamo assistendo, talora estreme ed eccessive, tutto produce fuorché concordia e aggregazione. Non dico che non si tratti più di conformismo, ma il suo effetto è l’opposto della coesione sociale, cioè la frammentazione e l’incoerenza. Si pensi a ciò che è accaduto ieri e avant’ieri: se a Milano mercoledì sera si faceva marcia indietro e si dava (o, per meglio dire, si ridava) ai bar l’autorizzazione di aprire anche dopo le ore 18, a Napoli e in Campania, dopo aver abbondantemente polemizzato tra loro, De Luca e de Magistris ritrovavano l’unità perduta predisponendo la chiusura di scuole e università proprio per giovedì e venerdì.

E si potrebbero citare anche altri aspetti contraddittori e comunque divergenti delle reazioni al Coronavirus, tanto sul piano nazionale quando sul piano locale. Eppure proprio nelle stesse ore in cui sembra diffondersi da parte di tutti una sorta di generalizzata autocritica, il medesimo “contrordine compagni” cui s’ispirano non poche prese di posizione attraversa, senza riuscire ad attenuarla, l’agguerrita antitesi tra i fronti contrapposti degli allarmisti e dei demistificatori. I loro moventi, da un lato, vanno dalla paura più o meno giustificata alla volontà di lucrare su quest’ultima; dall’altro, procedono dallo spirito critico all’estremismo della dissacrazione fine a se stessa.

La vittima sacrificale di questa fiera delle vanità apocalittiche è sicuramente il buon senso. Quest’ultimo, infatti, se da un lato induce a sospettare del catastrofismo, d’altro lato, però, spinge a non sottovalutare ma a prender sul serio i rischi e le minacce che un’emergenza inedita comporta nei riguardi della salute pubblica: un’emergenza, dunque, rispetto alla quale è inevitabile procedere “per tentativi ed errori”. La virologa Ilaria Capua ha usato una metafora convincente, quando ha dichiarato: “Se vedo che la cucina prende fuoco, chiamo i pompieri, anche se poi per fortuna l’incendio non divampa in tutta la casa”. Invece, quando un autorevole studioso come Giorgio Agamben parla dell’“invenzione di un’epidemia”, e vi denuncia l’ennesimo uso dello “stato di eccezione” come paradigma normale di governo per giustificare un’illegittima restrizione della libertà, s’inscrive nella linea della tradizione filosofica che, sulla scia di Hegel e Marx, irride e dileggia al buon senso, contrapponendovi la superiorità razionale del sapere filosofico.

Ora, è vero che, stando ai dati diffusi dalle autorità mediche, solo il 4% dei contagiati dal Coronavirus ha bisogno d’un ricovero in terapia intensiva. Ma come si fa a non tener conto del fatto che in questo caso il contagio è molto più rapido ed esteso rispetto alla normale influenza? Ecco perché occorre circoscriverlo e limitarlo: altrimenti il collasso delle strutture ospedaliere finirebbe col negare adeguata assistenza anche a quel limitato 4% (che in termini assoluti non sarebbe affatto esiguo, se il contagio fosse lasciato a se stesso). Ricordiamo che quanto i cinesi hanno costruito in pochi giorni a Wuhan non è un ospedale nel senso moderno del termine, ma qualcosa di molto più simile a un lazzaretto.
E per restare alle memorie manzoniane, ricordiamo anche quel che si legge nel capitolo XXXII dei Promessi Sposi a proposito di quanti segretamente diffidavano dell’idea che la peste fosse provocata dal veleno diffuso dagli untori: “Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”. Appare perciò d’assoluto buon senso il principio precauzionale che ha spinto a circoscrivere il contagio del Coronavirus, allo scopo d’evitare le conseguenze deleterie d’una sua generalizzata diffusione, che invece minimizzano i pur divergenti luoghi comuni del conformismo apocalittico.