«La riforma del titolo V della Costituzione ha reso più difficile l’emanazione di linee guida chiare e univoche per tutte le Regioni. E così abbiamo venti sistemi sanitari che spesso non garantiscono il diritto alla salute ai cittadini»: ne è convinto Raffaele Calabrò, rettore dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, assessore campano alla Sanità dal 1995 al 1997 e parlamentare dal 2008 al 2017.

Professore, venti sistemi sanitari regionali sono funzionali quando ci si trova ad affrontare emergenze come quella legata al Coronavirus?
«A un sistema regionalizzato come il nostro non dovrebbe mai mancare una forte azione di coordinamento da parte del governo centrale. E questo non solo in fasi emergenziali, ma anche in condizioni normali. Purtroppo la riforma del titolo V della nostra Costituzione ha reso difficile l’emanazione di direttive chiare e comuni a tutte le Regioni. Perciò la regionalizzazione della sanità non è positiva: si continua a procedere in ordine sparso su linee guida e protocolli, senza dimenticare le evidenti sperequazioni in tema di finanziamenti, tecnologie ed edilizia sanitaria».

Il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte ha criticato la risposta offerta dalla Lombardia all’emergenza Coronavirus, minacciando persino di limitare i poteri delle Regioni in materia sanitaria. Ritiene quest’ultima una soluzione praticabile?
«Una simile vicenda, suscettibile di essere analizzata da differenti punti di vista e giudicata in diversi modi, non può spingere ad adottare simili decisioni. Né se ne deve approfittare per imbastire e alimentare polemiche politiche. Con quelle parole, il premier Conte ha voluto sottolineare quello che le Regioni avrebbero dovuto fare, richiamando l’attenzione sulle misure indispensabili per migliorare i vari sistemi sanitari».

Perché il Parlamento non ha rimediato a quella che sembra una falla nel sistema sanitario nazionale?
«Il legislatore non si è reso conto degli effetti della riforma del titolo V della Costituzione in tal senso. Il risultato sono venti sistemi sanitari molto distanti l’uno dall’altro, ognuno dei quali adotta misure spesso completamente diverse. Il che non è compatibile col principio di unità e indivisibilità della Repubblica, ma soprattutto col diritto alla salute che va garantito in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale».

Come si rimedia a questa situazione?
«Il governo deve dettare indicazioni chiare e univoche, per poi monitorare e affiancare le Regioni nella realizzazione di quelle stesse indicazioni. Solo in questo modo si può evitare il caos che si sta verificando in questa fase».

Che le Regioni procedano in ordine sparso appare evidente anche dal fatto che ognuna di esse attivi un numero verde per le emergenze. Che cosa ne pensa?
«Ho sempre sostenuto la necessità dell’introduzione di un numero unico nazionale. Più numeri verdi alimentano il caos e creano confusione tra gli utenti del servizio sanitario. Allo stesso modo è necessario che le istituzioni abbiano la capacità di identificare le patologie e di monitorarne l’andamento: spesso si crede che una situazione patologica si sia esaurita, quando invece i pazienti continuano a subirne gli effetti».

Crede che la Campania sia attrezzata per affrontare l’emergenza Coronavirus?
«La Campania dispone di un centro specializzato nel trattamento delle malattie infettive, cioè l’ospedale Cotugno, che è di altissimo livello e non ha nulla da invidiare allo Spallanzani o al Sacco che oggi hanno conquistato la ribalta mediatica. Il Cotugno è senz’altro in grado di fronteggiare l’emergenza. Resta da verificare se e in quale misura i singoli, piccoli ospedali siano attrezzati. Stesso discorso per la rete che parte dai medici di base e arriva ai centri di livello più elevato come il Cotugno: è pur sempre al medico di base che tocca il compito di valutare i sintomi manifestati dal paziente e decidere se quest’ultimo possa essere trattato in un ospedale dell’area o in una struttura di terzo livello come il Cotugno».i