L’allarme per l’infezione da coronavirus è in crescente aumento specialmente dopo le ultime dichiarazioni dell’Organizzazione modniale della sanità che ha modificato il suo giudizio sulla diffusione dell’infezione portando il livello di rischio di contagio globale da “moderato” ad “alto”. È questa un’ammissione implicita che l’influenza da coronavirus possa divenire pandemica attraverso una facile diffusione dell’agente patogeno che può colpire soggetti di ogni età in qualsiasi Paese. La trasmissione del virus, è ormai accertato, avviene da uomo a uomo e sembra che possa essere possibile che la diffusione avvenga anche attraverso individui asintomatici (i cosiddetti portatori sani) per cui diviene più difficile il controllo della malattia per l’impossibilità di isolare tutti i soggetti infettanti. Ma il vero problema, che non è ancora ben chiarito, è rappresentato dalla gravità dell’infezione e dal conseguente numero di morti che comporta.

Allo stato l’infezione sembra meno virulenta della Sars del 2003 perché, stando ai dati ancora confusi, pare che in Cina i malati di coronavirus superino i 6.000 con meno di 150 morti, mentre per la Sars il numero degli infetti fu inferiore e i morti superarono gli 800. Sulla scorta di questi dati, anche in considerazione che normalmente al picco massimo di infezione, che potrebbe non essere stato ancora raggiunto, segue un decalage rapidamente progressivo e fermo restando l’obbligo di un’allerta armata, la preoccupazione può essere moderata anche sulla scorta delle seguenti considerazioni. Ogni anno i virus influenzali colpiscono nel mondo dal 5% al 15% della popolazione adulta (da 350 milioni a 1 miliardo di persone), incidenza che sale al 20 – 30% nei bambini; 3 – 5 milioni di tutte le persone colpite presentano complicazioni che causano la morte nel 10% dei casi (250 a 500.000 individui) soprattutto tra le popolazioni a rischio, bambini e anziani, con un’incidenza maggiore per questi ultimi (ultra sessantacinquenni) principalmente nei Paesi maggiormente sviluppati.

Per capire pertanto la gravità del rischio di mortalità del coronavirus sarebbe necessario essere in possesso di maggiori dati circa la tipologia delle popolazioni colpite, dati che la Cina stenta ancora a riferire, e soprattutto sarebbe necessario conoscere i dati dei morti (età, condizioni fisiche, situazioni ambientali, stato sociale ecc.) perché, come si è detto, il vero rischio non è tanto quello di infettarsi (i sintomi sono quelli di una comune influenza) quanto quello di gravi complicanze o addirittura di morire. Nel 2009 mi trovai a essere l’assessore alla Sanità della Regione Campania, quando scoppiò l’epidemia della cosiddetta influenza suina legata alla mutazione del virus N1H1.

L’allarme fu notevole, specialmente a Napoli, perché il primo caso di infezione e il primo morto in Italia capitò nella nostra città. Naturalmente, nonostante fossero state prese tutte le misure precauzionali atte a contenere la diffusione del morbo e fossero state allertate tutte le strutture deputate ad assistere i malati, si scatenò l’inferno. Arrivò il ministro della Salute con il suo staff il quale volle controllare in che modo si intendesse procedere alla vaccinazione e assicurò una rimessa di vaccini sufficienti all’intera popolazione. Dopo qualche giorno i vaccini arrivarono ma nel contempo vi fu una defervescenza planetaria dell’infezione e facendo le somme ci si avvide che il numero di complicanze e di morti, non solo a Napoli ma nel mondo, non superava assolutamente le quote causate dalla normale influenza.

L’unica conseguenza fu che le Asl, non solo quelle napoletane, si trovarono a stivare vaccini non utilizzati perché le persone si rifiutarono di sottoporsi alla vaccinazione e lo Stato Italiano, che si vantò di essersi accaparrato con immediatezza un notevole numero di dosi, si trovò con 450 milioni di Euro spesi inutilmente. È vero che nessuno ha la lampada di Aladino e che nessuno è in condizione di prevedere l’evoluzione di una pandemia, ma è necessario evitare di creare e diffondere il panico perché l’ansia che crea fa correre il rischio di aumentare i danni.