Nel bel mezzo di un bombardamento mediatico ai limiti del millenarismo, arriva il momento di spegnere gli apparecchi ed assumere l’abitudine di dedicare il proprio tempo ad una sana distrazione. Qualora non si riesca ad allontanare, per acuta ipocondria, la sensazione morbosa e strisciante di pericolo, può venire in soccorso un ampio catalogo di opere letterarie dedicate ad epidemie mortali e relative psicosi collettive. Nel ballo in maschera dei classici della letteratura epidemiologica si può più o meno allegramente volteggiare in variopinte stanze popolate da novelle, colonne infami e porti appestati, nel tentativo di esorcizzare la paura per quell’inatteso convitato dal volto cadaverico e di sfuggire alle ossessioni della massa dei convitati.

Qualora, invece, si senta il bisogno di comprendere processi complessi come le epidemie nell’esperienza collettiva, si può affiancare al potere catartico della letteratura la solidità scientifica di uno specifico (e relativamente recente) filone della ricerca storica. Branca fondamentale e fondante per la environmental history contemporanea, la storia delle epidemie si è imposta nel mondo accademico (e non) dai primi anni Settanta del secolo scorso, prendendo le mosse dal tema dell’incontro biologico tra Vecchio e Nuovo Mondo. I primi contatti tra gli esploratori venuti dall’oriente e gli amerindi inaugurarono una nuova era negli scambi biologici tra i due mondi posti agli estremi dell’Atlantico, come evidenziato dal pioneristico The Columbian Exchange (prima edizione 1972) dello storico Alfred W. Crosby. Tra le opere fondanti il filone della environmental history, il saggio di Crosby era imperniato sul movimenti di organismi viventi attraverso l’Atlantico, in entrambe le direzioni, e sull’invisibile eredità ecologica trasportata dagli Europei nel Nuovo Mondo. Vaiolo e malaria decimarono le civiltà amerindie dal Messico al Peru, fino ad allora altamente isolate sul piano biologico.

Come è noto, la conquista militare europea ne risultò estremamente agevolata, ma ancor più lo fu quella economica: sui terreni spesso spopolati delle Americhe, gli europei poterono introdurre senza ostacoli le proprie piante e animali domestici, garantendo il successo della colonizzazione. Al contempo, assieme a mais e patate (con tutti i relativi effetti su alimentazione e demografia in Occidente) il Vecchio Mondo di fine Quattrocento guadagnò anche nuove mortali epidemie, come la sifilide (che si manifestò per la prima volta a Napoli, nel 1495, vettore le armate di Carlo VIII di Francia). Per Crosby, quello “scambio colombiano” di specie biologiche assumerà le forme ben più estese del superamento dei “limiti della Pangea”, in Ecological Imperialism (1986), quando il colonialismo europeo porterà con sé i propri microorganismi tra le popolazioni di tutti i continenti, dai nativi del Canada fino ai Maori polinesiani.

Sull’onda del successo delle proposte del primo saggio di Crosby, quattro anni più tardi William H. McNeill pubblicava Plagues and Peoples (1976), testo di riferimento tanto per la environmental history quanto per la world e global history contemporanee, in quanto vi si affrontava l’impatto delle epidemie su svariate civiltà lontane sia nello spazio che nel tempo. Dalle malattie diffusesi nelle prime comunità del Neolitico, a stretto contatto con gli animali addomesticati, fino all’esplosione dell’AIDS negli anni Ottanta, passando per la trasmissione degli agenti patogeni del vaiolo e del morbillo tra gli imperi romano e Han attraverso la Via della Seta e la diffusione della Peste Nera attraverso la medesima rotta commerciale nel periodo mongolo, senza ignorare il consolidato riferimento all’incontro biologico tra Vecchio e Nuovo Mondo: questi i temi di un’opera rivoluzionaria in grado di intrecciare l’ecologia e la politica tra contesti storici che fino ad allora erano isolati in sé stessi.

A distanza di oltre vent’anni e facendo tesoro dell’insegnamento paterno e delle lezioni di Crosby, John. R. McNeill pubblica Mosquito Empires: Ecology and War in the Greater Caribbean, 1620-1914 (2010). Non pipistrelli e pangolini ma le ben più infime ed infide zanzare furono alla base degli equilibri ecosistemici e geopolitici dei Caraibi e del Sud America d’età moderna. Ancora una volta, furono le navi europee a portare con sé quei nuovi generi di insetti vettori di malaria e febbre gialla e in grado di proliferare in paludi e piantagioni difficilmente bonificabili, con i mezzi del tempo. Colpendo indistintamente europei e nativi, oltre a favorire la colonizzazione le zanzare funsero, secondo McNeill, da prima linea difensiva dei nuovi possedimenti della Corona di Spagna, annientando le armate assedianti delle potenze rivali, mentre i coloni sviluppavano rapidamente un’immunità per selezione naturale. Per le stesse ragioni, quando i medesimi coloni creoli si ribellarono alla Spagna, nel XIX secolo, la repressione europea subì gli effetti del devastante contrattacco microbiologico.

Si tratta di una rapida rassegna delle principali opere ma, nel complesso, è evidente che si possa trovare scarso conforto nella disamina storica degli eccidi provocati dalle epidemie. Conviene, piuttosto, riflettere sulle lezioni insite in questi processi, dalla inconsapevole necessità degli scambi alla manipolazione politica dei rivolgimenti ecologici, per prepararsi ad analizzare razionalmente le dinamiche complessive delle epidemie odierne in un futuro prossimo, auspicabilmente libero dalle psicosi e dai pregiudizi dei tempi di crisi.