L’emergenza sanitaria che si è creata nel mondo per la diffusione del Coronavirus ha creato una serie di situazioni che vanno attentamente valutate. La prima, più importante, si riferisce alla morbilità e alla letalità del Covid-19: si tratta di un virus appartenente alla diffusa famiglia dei comuni coronavirus, che per la prima volta colpisce l’uomo e che ha una morbilità – intesa come numero di casi di malattia registrati durante un certo periodo rispetto alla popolazione globale – certamente superiore a quello dei virus che determinano la normale influenza stagionale. Fortunatamente l’aumento della morbilità non sembra associarsi a quello della letalità (numero di morti che la malattia determina) perché, stando a quanto sin qui riportato nei Paesi dove il virus ha mietuto il maggior numero di vittime, il numero di morti si colloca intorno al 2% dei contagiati, molto lontano, quindi, da quelli prodotti dall’Ebola o dalla stessa Sars.

Inoltre questo valore del 2% è ancora più basso se si calcola che, mentre il numero di morti censiti è certo, quello dei contagiati è opinabile perché basato solo sulla conoscenza dei malati “identificati” e non tiene conto dei contagiati misconosciuti e guariti o di pazienti asintomatici anch’essi non considerati nel calcolo. Va precisato che la malattia da Covid-19 presenta manifestazioni cliniche e un andamento del tutto sovrapponibile a quello di una normale influenza, per cui può essere facilmente misconosciuta. Ampliandosi quindi la platea dei contagiati e mantenendosi costante quella dei morti, la sua “letalità” si avvicina, se non si identifica, a quella della normale influenza stagionale. Dove è allora il pericolo del Coronavirus per cui sono state prese, correttamente, tante misure rivolte, se non a impedirne, almeno a contenerne la diffusione? Il primo si identifica col rischio che il Covid-19, sommandosi ad altre malattie (compresa la normale influenza) possa far peggiorare alcune patologie preesistenti aumentandone la letalità; il secondo, ben più grave sul piano sociale, è rappresentato dalla sua notevole facilità di diffusione che tende a colpire un numero elevato di persone che vengono sottratte contemporaneamente alle loro normali attività, creando seri problemi in molti settori della vita pubblica fino a paralizzare l’economia di uno o più Paesi.

Per contrastare questa possibilità si sono e si stanno prendendo, però, misure, a volte fin troppo drastiche che rischiano di produrre danni altrettanto irreparabili. Poiché nessuno è in grado di prevedere la durata della diffusione della malattia – che per l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) rischia di divenire una vera pandemia – né di definire quando, dove e come è stato o sarà raggiunto il picco dell’infezione né tantomeno di prevedere se il virus possa ulteriormente virulentarsi (anche se la storia clinica di questo tipo di infezioni insegna che al picco fa seguito una defervescenza della aggressività dell’agente patogeno), le misure prese per il contenimento dell’epidemia sono inevitabili e più che giustificate.

Il nostro Paese ha il vantaggio di avere un ottimo sistema sanitario in grado di affrontare correttamente questa emergenza, ma se l’epidemia dovesse superare certi livelli, potrebbero sorgere alcune difficoltà di cui la principale è rappresentata da una possibile insufficienza dei posti letto nelle terapie intensive e nelle rianimazioni degli ospedali di malattie infettive (come ad esempio lo Spallanzani, il Sacco o il Cotugno) che sono organizzate per consentire un’assistenza intensiva a pazienti “isolati” laddove tale possibilità è enormemente ridotta negli ospedali generalisti. Un aspetto particolare, in questa fase, assume l’informazione, che in più occasioni ingenera un panico ingiustificato e crea nella popolazione serie difficoltà di comportamento. È da giorni che i cittadini vengono bombardati da notizie fornite da “esperti” che non sempre la pensano alla stessa maniera; da “politici” che, per apparire informati ed efficienti, a volte assumono insane decisioni personali; da “comunicatori” che, alla ricerca di un possibile scoop, finiscono col trasmettere al cittadino quelle notizie che a loro giudizio sono più significative.

A questo proposito mi sia permesso di ricordare la battuta di Missiroli, mitico direttore del Corriere della Sera, secondo il quale i giornalisti tentano di far comprendere agli altri quello che loro non hanno capito. Ritornando alla serietà del problema e riaffermando l’importanza che il cittadino debba essere correttamente informato e non spinto verso un panico ingiustificato, ritengo che sarebbe opportuno che a dare le notizie fosse una sola fonte. Il Ministero della Salute o l’Istituto Superiore di Sanità, due volte al giorno, dovrebbe emanare un bollettino ufficiale che dia certezze sull’andamento dell’epidemia con riguardo a tutte le situazioni delle regioni italiane e alla situazione mondiale onde evitare che interpretazioni personali o fake news alimentino dubbi e preoccupazioni.