Un giorno, dati alla mano, capiremo chi si è comportato bene e chi male nelle drammatiche settimane italiane del coronavirus. Ma già adesso, rompendo l’ipocrisia dell’Union sacrée, una graduatoria salta agli occhi. I buoni sono i governatori. I cattivi, i sindaci delle grandi città. A mezza strada, il potere centrale. Da subito i governatori del Nord si erano assunti l’onere dell’allarme, chiedendo di controllare nelle scuole i ragazzi di provenienza cinese. Salvo essere additati dai giallorossi e dalla stampa di regime come razzisti e xenofobi. Un paio di giorni dopo, però, ci aveva pensato il ministro Speranza a bloccare i voli diretti fra Pechino, Shangai e l’Italia (ma non gli ingressi indiretti dall’Oriente). Xenofobo pure Speranza? Nel frattempo anche il governatore delle Marche finiva nel mirino giallorosso, avendo preteso la chiusura preventiva delle scuole nella regione. Conte reagiva indignato, era inutile allarmismo.

Salvo, pochi giorni dopo, inserire metà delle Marche nella “zona rossa”. E così si arriva alla “stretta” di sabato scorso. Il governo fa tutto da solo, i presidenti del nord protestano (anche Bonaccini), i giornali pubblicano una bozza del decreto, la gente fa le valigie in fretta e furia e prende il primo treno verso le terre del sole. Un esodo che ricorda il settembre 1943, quando lo Stato si sfascia e gli italiani tornano “a casa” in massa. Con ogni evidenza, Conte non ha previsto il dettaglio. E così il decreto, che voleva chiudere il settentrione infetto ed evitare una propagazione del virus, sortisce l’effetto opposto: molto probabilmente l’esodo finirà per contagiare l’intero paese. A questo punto i governatori meridionali, che sono stati tagliati fuori, reagiscono. A modo loro, con toni più o meno roboanti. Ma il messaggio è lo stesso. Emiliano, De Luca e Santelli chiedono di interrompere il flusso e prendono autonomamente misure sanitarie per controllarlo. Cosa assai difficile, visto che intanto i buoi sono scappati. Per giunta, nel teatrino del politicamente corretto, non manca chi deplora l’egoismo dei meridionali.

E neppure manca, nel teatrino del borbonismo, chi denuncia come una volta ancora il Regno di Napoli paghi le malattie dei “piemontesi” (sic). Certo è che, all’indomani del decreto, anche palazzo Chigi si muove, istituendo controlli di polizia su chi entra ed esce dalla “zona rossa”. Con quanta efficacia è facile immaginare, visto che basta un’autodichiarazione (su modulo prestampato) per andare dove si vuole. Eppure, si dice, un’emergenza straordinaria come questa va gestita da un potere centrale forte, consapevole ed efficiente. Ed è vero. Il problema è che in Italia il potere centrale non è forte, non è adeguatamente consapevole (malgrado la quantità di tecnici e scienziati di cui Conte si è circondato) e, come può facilmente vedersi fin da ora, non è per nulla efficiente. Gli italiani sembrano capirlo. Ne basta l’endorsement del Colle per frenare la caduta di credibilità di palazzo Chigi.

Restano i sindaci. Ma è difficile parlarne, perché in queste settimane, mentre nuvole nere si addensavano sulle grandi città, loro sono letteralmente scomparsi dalla scena, hanno taciuto per tutto il tempo, hanno rinunciato a svolgere una funzione che pure sarebbe stata essenziale di guida politica e morale delle proprie comunità. L’unico che ha parlato è stato Beppe Sala, e mal gliene incolse. Con straordinaria ingenuità, Sala ha dapprima promosso un “corto” dedicato all’hashtag #milanononsiferma, dove la capitale del Nord appariva indaffarata, affollata e gaia, salvo due giorni dopo riconvertirsi pubblicamente all’hashtag opposto: #stateacasa! Ma Sala ha avuto almeno il coraggio di metterci la faccia. E gli altri?

Qualcuno ha visto Virginia Raggi uscire dal suo guscio in Campidoglio e convincere i romani a comportamenti più morigerati, più solitari, più civici? Qualcuno ha visto Luigi de Magistris mettersi alla guida di Napoli e del suo spirito pubblico? Qualcuno lo ha visto intervenire sulla sconcertante irresponsabilità della borghesia dei baretti? Impedire ai ragazzi che non vanno a scuola di riprodurre altrove la perduta socialità? Rendere consapevole una popolazione caratterialmente svagata che il pericolo esiste, è grande ed è imminente? Domande retoriche. I sindaci delle metropoli, i mitizzati sindaci ad elezione diretta, coloro che un tempo politici di ben altra taglia vagheggiarono addirittura come “la repubblica delle città”, sembrano aver miseramente fallito. Poveri di staff competenti, di idee, di coraggio, di saggezza comunicativa. Poveri di quel carisma che un giorno lontano li aveva portati alle loro prestigiose poltrone e che nel frattempo si è liquefatto come neve al sole.

Quando la grande crisi sarà superata, questo paese sarà probabilmente assai diverso da oggi, dovrà per certi versi ricominciare da capo, avrà molto da costruire e ricostruire. E tra le cose da ricostruire, al primo posto, ci saranno le funzioni e gli equilibri tra centro e periferia, cioè tra Stato, Regioni ed enti locali. Ricordando quel che successe nel fatale 2020.