Sono un medico che lavora in corsia nella sanità pubblica. Ho sempre avuto come faro della mia professione la tutela della salute dei miei concittadini. Ecco perché credo doveroso – ancor più che necessario – esprimere alcune considerazioni di natura professionale sulla gestione del Coronavirus in Italia. Scoppiato in Cina, il fenomeno imponeva valutazione e scelte conseguenti, adeguate alla gravità del problema. Anche in Italia. Paradossalmente, il nostro Paese sul piano scientifico ha dato l’ennesima prova dell’eccellenza delle nostre risorse intellettuali e civili.

Al contrario, i segnali che sono venuti dalla politica, tanto sul piano nazionale quanto su quello regionale e locale, incerti, lacunosi, inadeguati, contraddittori. In alcuni casi, addirittura controproducenti. Il governo Conte si è messo con colpevole ritardo senza dare una risposta precisa, univoca e chiara alla domanda di sicurezza che veniva dalla popolazione. Nel frattempo, a dispetto delle quotidiane rassicurazioni sul fatto che la situazione fosse pienamente sotto controllo, il fenomeno si è continuato a estendere a macchia d’olio sul territorio. Al punto che siamo diventati, come Paese, un “sorvegliato speciale”, come gli untori di manzoniana memoria. Dal canto suo, l’opposizione ha dato scarsa prova di compattezza, preferendo attaccare il governo per ragioni di meschina utilità politica. In tale atteggiamento si è “distinto” per pesantezza di argomenti e di toni Matteo Salvini.

Come sempre, una propaganda politica di infimo livello ha invaso i media e i social con il duplice risultato di ingigantire le paure collettive e di non dare risposte alternative e concrete. Altro elemento negativo è stata la pregiudiziale contrapposizione tra Stato e Regioni, per cui ognuno fa come se l’altro non esistesse. Ha prevalso nell’insieme una logica prettamente e difensiva, con la quale ciascuno pensava di risolvere il problema chiudendo scuole, vietando manifestazioni e finendo per isolare i singoli cittadini. Lo sconcerto e la paura del contagio invece di essere attentamente seguiti sono stati ingenerati e ingigantiti. Da persona da sempre impegnata nella sanità delle nostra regione non posso nascondere il mio turbamento e uno sconcerto enorme di fronte a esempi molto gravi di inefficienza e di poca attenzione all’organizzazione delle risorse professionali, che certamente non mancano sul nostro territorio.

De Luca striglia i sindaci, invitandoli alla vigilanza e a non porsi come protagonisti di vicende che non si risolvono a livello comunale. Dal canto suo, il sindaco di Napoli ha emesso un’ordinanza di segno totalmente opposto, chiudendo le scuole della città. L’impressione è quella di una mancanza di dialogo, per cui le decisioni dei diversi livelli istituzionali sono contraddittorie e non rispondono a un disegno unitario volto ad affrontare l’emergenza. In realtà, meglio sarebbe preoccuparsi di organizzare sul territorio la vigilanza, garantire l’approvvigionamento adeguato sul piano clinico di tutto ciò che serve e potrà servire al personale sanitario per fare al meglio il suo lavoro. Qui – dobbiamo rendercene conto – si tratta di fronteggiare un’emergenza gravissima che non può in nessun modo essere presa sotto gamba. Bisogna unire le forze: il personale sanitario tutto, le istituzioni, i cittadini singoli, devono essere tutti impegnati in uno sforzo comune. E sentirsi non protagonisti, ma parti indispensabili di un progetto nel quale a ciascuno tocca un ruolo diverso, ma convergente.