Il male misterioso, i contagi improvvisi, l’atavica paura. Nel corso dei secoli Napoli ha più volte vissuto la traumatica esperienza delle epidemie, dall’apocalisse del 1656 al colera del 1973 passando per una lunga sequenza fatta di tifo, febbre gialla, vaiolo, varicella, tubercolosi, “febbri putride” e altri morbi non meglio identificati ma non per questo meno devastanti, senza dimenticare quella “Spagnola” che a dispetto del nome frivolo fece più morti della prima guerra mondiale. Una traccia indelebile nell’inconscio collettivo, un oscuro spettro da tenere a bada insieme agli altri: terremoti, tsunami, carestie, eruzioni vulcaniche. A lungo sinonimo di distruzione e rovina, la peste – termine con il quale per molti secoli furono indicate genericamente le malattie infettive particolarmente virulenti – è citata già nella Bibbia come pure da Omero, mentre Procopio di Cesarea scrive diffusamente della devastazione di Costantinopoli nel 541, la prima pandemia documentata. La più raccontata da artisti e scrittori (come il Boccaccio) è la cosiddetta “morte nera” che colpì l’Europa tra il 1347 e il 1353 uccidendo almeno 25 milioni di persone.

In quell’occasione a facilitare il compito del virus fu una micidiale anomalia climatica: la “piccola era glaciale”. Le popolazioni del Meridione saranno flagellate anche nel Cinquecento, come ricorderà il canonico e storico Carlo Celano: «Correva l’anno della nostra salute 1526, quando si scovrì una peste crudele in Napoli, che faceva strage grande (…) onde il popolo napoletano, non trovando altro rimedio che ricorrere agl’ajuti de’ santi». E infatti i rappresentanti della città si recarono da un notaio per stipulare un “contratto” con San Gennaro: il martire avrebbe fatto cessare il male e loro gli avrebbero eretto una nuova cappella (la copia del documento è visibile nel Museo del Tesoro). Pur non firmando l’atto notarile (per ovvi motivi) il patrono mantenne l’impegno e i napoletani fecero altrettanto. Alla fine i morti furono 60mila. Il peggio però doveva ancora venire. Per la popolosa metropoli, infatti, quello che avverrà con la peste del 1656 sarà la cosa che forse più si avvicina all’idea di fine del mondo. Ecco le parole dello stesso Celano (testimone oculare): «Non vi era più luogo da seppellire, né chi seppellisse; videro quest’occhi miei questa Strada di Toledo, dove habitavo, così lastricata de cadaveri che qualche carrozza non poteva camminare se non sopra carne battezzata».

Ignorato l’allarme di un medico, con grave ritardo le autorità corsero ai ripari con l’attivazione di vari lazzaretti e anche con il tentativo (fallito) di impedire che i contagiati in fuga dalla città portassero il morbo nelle altre province. Il bilancio finale? Difficile un computo davvero esaustivo, un manoscritto della Biblioteca Chigiana di Roma riporta: «Sono morti di mal contagioso in questa città di Napoli nel presente anno trecentocinquantamila persone in tutto». E secondo alcune stime nel resto del Regno si arrivò ad almeno 700mila vittime. Un secolo dopo, nel 1764, a causa di una penuria di alimenti colpevolmente ignorata dal re esplode la grande epidemia di “febbri putride”: 30mila vittime. Scrive Pietro Colletta: «…i falli del governo, l’avidità dei commercianti (…) si vedevano poveri morir di stento…». Nel 1768 il vaiolo ammazza oltre 60mila napoletani, tra questi anche i figli di quello che diventerà uno dei primi epidemiologi: il professor Michele Sarcone. Segnata duramente sarà pure la famiglia reale, al punto che la regina Carolina ordinerà una provvidenziale vaccinazione di massa. L’Ottocento è il secolo del colera. In Europa si registrano sette pandemie, sei colpiscono l’Italia, le più importanti: 1835-1837 (160mila morti nel Regno), 1854-1855 (oltre 8000 vittime solo a Napoli), 1884-1886 (almeno 15mila tra città e provincia). Una sequela micidiale che in totale nelle diverse regioni provocherà almeno 700mila morti (compreso il povero Giacomo Leopardi). Le terribili condizioni igienico-sanitarie della città (dalla mancanza di un sistema fognario alle “scarrafunere” denunciate da Salvatore Di Giacomo) aggraveranno oltremodo l’emergenza.

Già il De Renzi, del resto, aveva spiegato: «Una gran parte dei napoletani beve acqua putrida». Problemi atavici che, purtroppo, si trascineranno in qualche modo sino alla seconda metà del Novecento quando, nel 1973, di fronte a un’Europa attonita, esplode un’altra epidemia di colera. Il bilancio finale sarà contenuto, specie a confronto con l’influenza Spagnola che nel ‘18-‘19 aveva ucciso 650mila persone in Italia (la maggior parte nel Meridione e in Lombardia) e almeno altri 50 milioni nel resto del mondo (un miliardo i contagiati). L’ultimo passaggio del “cholera morbus” sotto il Vesuvio provoca 24 vittime (12 secondo altre fonti), la paura però è grande e il “trauma” ancor di più. Ma è anche la più grande e veloce profilassi di massa sul continente: oltre 800mila persone vaccinate in meno di due settimane grazie alle siringhe-pistole dell’esercito Usa. Dalle analisi emergerà che le acque del golfo più bello del mondo erano il paradiso dei colibatteri: il limite massimo era di 4 per grammo, i biologi ne trovarono 400mila, talmente tanti da impedire persino la sopravvivenza dello stesso vibrione del colera, che infatti non fu trovato. In compenso si cominciò a rinvenire un po’ di buon senso, quello che serve anche oggi.