È al suo cuore antico che Napoli affida l’indole più visceralmente scaramantica indicandola tra le sue molteplici anime come prima acclamata identità.
O, almeno, è quanto vuole mostrare. Sta di fatto che corni di ogni dimensione e fattura: piccoli, grandi, medi, enormi, oppure minuscoli, offerti singoli o a grappoli, ormai sorvegliano quali festose (a volte moleste) sentinelle, ogni angolo, ogni scorcio di strade, piazze, vicoli. Corallo, plastica, vetro, cartoni, ceramica, legno, carta, o vegetali essiccati, ripetono un unico design: il profilo del fallo di Priapo, dio di fertilità, potenza, fortuna, e – perché no? – anche speranza di una innocente, catartica felicità.
Forse è questa la domanda senza parole di quella rappresentazione corale, violenta come il fuoco, e rossa come la linfa che ci tiene in vita, senza che questo necessariamente rimandi a catastrofi, distruzione o morte, e meno che mai alle ordinarie mattanze di sangue umano consumate a un passo sugli stessi lastroni di piperno che separano le stradine dal misterico doppiofondo su cui poggia la città.
E dire che, non più tardi di due tre anni addietro – dopo l’audace decisione di Luigi de Magistris di esporre lungo via Caracciolo, alla rotonda Diaz, il controverso N’Albero, sfavillante totem natalizio alto 40 metri, di vago sentore nordico, e quindi mai davvero accettato da gran parte dei napoletani – la successiva proposta dell’amministrazione comunale di collocare ‘O Corno: una sorta di faro color rosso acceso, con esplicita sagoma scaramantica, da sistemare magari al porto in compagnia di “12 corni, dell’altezza di 270 cm, realizzati in vetroresina e decorati da 12 artisti locali, lungo un percorso cittadino”, per dare “risalto alle tradizioni popolari sul tema ‘Napoli e la Scaramanzia’”, provocò una vera e propria alzata di scudi da parte della intellighenzia cittadina, che così decretò, senza possibilità di appello, il fallimento dell’iniziativa.