A Castel Capuano ho ascoltato con attenzione tutti, ho tenuto le mani inerti all’intervento del presidente Piercamillo Davigo – peraltro coraggioso nell’affrontare una platea visibilmente ostile – e me le sono spellate dopo quello dell’amico e collega Vincenzo Maiello che ha ragione: il contrasto è fra due culture del diritto e del processo, fra chi pensa che l’innocente sia un colpevole che l’ha fatta franca e chi oppone che presunzione di innocenza, rieducazione come fine della pena, carcere come extrema ratio e non rimedio ordinario alla delinquenza, sono valori controintuitivi ai quali educarsi con la ragione. Per fortuna magistrati giovani, come Marcello Amura e Marcello De Chiara – fra i partecipanti al dibattito – usano un approccio tecnico e rispettoso delle posizioni degli avvocati, non messe in berlina. Un collega di Davigo oggi in pensione, Gherardo Colombo, ha scritto che nel cursus formativo di un giovane uditore giudiziario occorrerebbe un mese di carcere duro, per capire come ci si sta. Non è un paradosso, come non lo sarebbe moltiplicare incontri di formazione comune tra legali e magistrati per comprendere meglio le rispettive esigenze. Nel merito, concordo con Maiello: una larga depenalizzazione e un più ampio ricorso ai riti alternativi e forse un ripensamento del divieto della reformatio in pejus riporterebbero su binari meno eccitati il confronto sulla prescrizione che deve restare un diritto.