La sentenza della Corte Costituzionale riporta con i piedi per terra l’amministrazione del Comune di Napoli, che da oltre un lustro galleggia senza avere la forza di affrontare i nodi strutturali delle sue disastrate finanze. Intendiamoci, la crisi finanziaria parte da lontano, ben prima della rivoluzione arancione. Senza intraprendere complicate analisi storiche, per cercare di immaginare che cosa c’è all’orizzonte, è doveroso chiedersi quanto risponda al vero la narrazione fatta di entusiastici proclami di risanamento e di impareggiabili risultati amministrativi. Nessuna analisi può essere compiuta serenamente senza avere bene in mente alcuni dati: il Comune di Napoli è tra i più finanziati d’Italia dallo Stato centrale (nel 2019: 379 euro per abitante, contro i 242 di Torino, i 254 di Palermo, i 50 di Milano); il servizio rimozione rifiuti è (per legge) interamente pagato dalla popolazione che versa una delle Tari più alte d’Italia; le imposte locali a Napoli sono al massimo di legge. Dunque, non esiste alcun despota che affama le casse comunali che, anzi, dal lato delle entrate, soffrono di una storica difficoltà di incasso autonomo.

Ma torniamo agli equilibri di bilancio. All’inizio della rivoluzione arancione il sindaco non ebbe il coraggio di dichiarare il dissesto proposto dall’assessore Riccardo Realfonzo, inizialmente coinvolto dalla verve rinnovatrice del neo-sindaco con la bandana. Poco dopo, per evitare il dissesto, il Comune ha dovuto aderire alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale (“pre-dissesto” o “dissesto guidato”); da allora, le procedure esecutive dei creditori sono sospese, mentre il Comune dovrebbe essere impegnato a riequilibrare le sue finanze in maniera graduale, con “rigorosi obiettivi” di riduzione della spesa e “verifica delle società partecipate e dei relativi costi a carico del bilancio comunale”. A sostegno del riequilibrio, lo Stato è intervenuto con un significativo finanziamento straordinario a lunga scadenza. Che cosa sia stato effettivamente fatto è stato osservato dalla Corte dei conti nel settembre 2018, con un lungo e approfondito provvedimento redatto da sei magistrati, che ha giudicato inadeguato il piano di riequilibrio del Comune.

In particolare, vi si evidenziavano la sottostima dell’entità degli squilibri finanziari, l’inconsistenza delle entrate straordinarie da dismissioni di immobili e partecipazioni e, soprattutto, il fatto che il finanziamento straordinario dello Stato sia stato usato per le spese correnti anziché per pagare i debiti pregressi. In pratica, i debiti precedenti sono rimasti impagati (grazie al congelamento delle azioni legali), mentre si è continuato a vivere con un regime di spesa che non ci si poteva permettere, facendo leva sul finanziamento straordinario che aveva invece altro scopo. Oggi, la Corte Costituzionale costringe il Comune a prendere atto che, nonostante si fosse impegnato a risanarsi, ha assunto impegni che non poteva assumersi e tutti questi impegni oggi devono essere onorati con risorse che mancano all’appello. Quale sia l’entità di questo “buco” è difficile a dirsi, ma pare si viaggi intorno al miliardo di euro (che si aggiunge al disavanzo strutturale ante-piano che supera i due miliardi).

Al panorama del grave squilibrio dei conti si aggiungono le situazioni critiche delle partecipate (Anm in concordato preventivo, Napoli Servizi senza bilanci approvati, Asia costosissima), il sostanziale flop del piano di dismissioni immobiliari, i servizi pubblici ridotti ai minimi termini. Che cosa c’è all’orizzonte? Il temuto dissesto o il tranquillo procedere ostentato dall’amministrazione comunale? Fino ad oggi, lo Stato centrale, con vari provvedimenti, ha mostrato di sostenere la stabilità dell’ente. E, al di là degli orientamenti politici o degli accordi di partito, potrebbe continuare a prevalere la ragione di Stato: per evitare di far abbattere sulle spalle del bilancio nazionale i pesantissimi effetti economici e sociali del dissesto, la città di Napoli continuerà a essere gestita da un ente che versa in uno stato di agonia quasi cronica.