Una rivolta inscenata da circa duecento detenuti ha avuto luogo sabato nel carcere di Salerno-Fuorni. Momenti di alta tensione sono nati dopo l’annunciata sospensione dei colloqui per l’emergenza Coronavirus. La protesta è durata diverse ore, in serata la protesta si è quindi fermata con il rientro dei detenuti nelle loro sezioni.

I detenuti sarebbero saliti sul tetto del carcere e, secondo il sindacato Uspp, armati di spranghe ricavate dalle brande delle celle in cui dormono, hanno distrutto e divelto diverse suppellettili.

Sulla vicenda è intervenuta l’associazione Antigone, tramite il presidente Patrizio Gonnella: “Sta crescendo la preoccupazione tra i detenuti e i famigliari degli stessi. Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto decine di chiamate e e-mail da parenti di reclusi. Ci si rende conto che se il coronavirus arrivasse a contagiare qualche detenuto potrebbe in breve tempo diventare un problema enorme e difficilmente gestibile. Di fronte a restrizioni di ogni forma di comunicazione con i famigliari e con l’esterno, come avevano purtroppo previsto, stanno dunque aumentando le tensioni. Ai detenuti va spiegato quello che sta accadendo affinché possano anche loro esserne pienamente consapevoli”.

“Quando siamo arrivati a Salerno – commenta Luigi Romano, presidente di Antigone Campania – abbiamo trovato il carcere presidiato dalle forze dell’ordine con anche il Questore sul posto, mentre all’interno stavano operando i reparti antisommossa della celere e dei carabinieri. La rivolta si è scatenata nel padiglione dei comuni, dopo che i detenuti hanno appreso dal tg nazionale la notizia delle restrizioni prevista nei nuovi decreti per i colloqui. Il reparto è stato messo a soqquadro e alcuni detenuti sono saliti sul tetto. Fuori dal carcere – conclude Romano – abbiamo parlato con i detenuti in semilibertà preoccupati per le restrizioni che i decreti farebbero ricadere anche su di loro e sugli articoli 21 (i detenuti che svolgono lavori all’esterno)”.

“Anche se non si può giustificare il ricorso alla violenza, la paura dei detenuti va compresa. Per questo non devono esserci ritorsioni verso coloro che sono stati coinvolti nella protesta. Ci appelliamo ancora una volta al governo affinché vari misure d’urgenza per rispondere a questa situazione: portare le telefonate a 20 minuti al giorno, anziché gli attuali 10 minuti a settimana, e favorire la concessione di provvedimenti di detenzione domiciliare e affidamento per tutti coloro che sono a fine pena e hanno fatto un positivo percorso penitenziario” conclude Gonnella.