Copenaghen da anni lavora instancabilmente per diventare la prima capitale al mondo a emissioni zero e per realizzare spazi urbani abitabili e capaci di adattarsi ai cambiamenti climatici. Economia circolare, gestione del ciclo dei rifiuti, mobilità sostenibile, politiche energetiche e qualità degli spazi pubblici sono le visioni di futuro di una città che coniuga sviluppo e sostenibilità. Non si tratta di una retorica generica e strumentale, ma di una concreta direttrice di sviluppo che prevede una crescita demografica del 20% nel prossimo decennio, dovuta ad un’attitudine all’accoglienza e al multiculturalismo, propria di una capitale che produce innovazione. Combinare i cambiamenti infrastrutturali con l’attenzione per ambiente, ecologia e biodiversità, è una strategia potente e ben comunicata ai cittadini che consentirà a Copenaghen di giocare la sfida della neutralità del carbonio nel 2025.

Questa è la loro visione di futuro improntata su un piano urbanistico e climatico capace di mettere a sistema le diverse componenti strutturali del territorio, lavorando su consumo e produzione di energia, mobilità e iniziative di amministrazione della città. È un nuovo welfare per i cittadini: nel 2025, il 75% di tutti gli spostamenti a Copenaghen saranno effettuati a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici; il 50% di tutti gli spostamenti per il lavoro o per la scuola avverranno in bici; il 20% in più dei passeggeri rispetto al 2009, utilizzerà i mezzi pubblici; il trasporto pubblico sarà a emissioni zero; il 20-30% di tutti i veicoli leggeri e il 30-40% di tutti i veicoli pesanti funzioneranno con nuovi carburanti.

Obiettivi che accompagnano la produzione di spazi e architetture di straordinaria qualità, come testimonia l’area di Nordhavn, antico porto industriale che diviene il nuovo quartiere multifunzionale progettato come una comunità autonoma, per cui “bastano solo cinque minuti per camminare dal tuo appartamento all’asilo, ai negozi, ai servizi pubblici”. Anche Amburgo pianifica il futuro in chiave di resilienza e di green new deal: sono sfide per i prossimi anni che sviluppano un piano per il clima come asse della rigenerazione urbana: nel nuovo quartiere integrato di Hafen City, realizzato sull’antica area portuale, sorge il magnifico teatro della musica classica e operistica, il nuovo Elbphilharmonie degli architetti svizzeri Herzog & De Meuron, che costituisce una nuova suggestiva icona simbolo di cambiamento culturale. Innovazione per la città vuol dire dotarsi di un progetto: di una visione di futuro.

Il progetto della città è un atto politico prima che tecnico: deve essere capace di attivare saperi e competenze per costruire qualità dello spazio, dell’architettura e dei paesaggi. Un dibattito obsoleto, che sposta il confronto su temi inattuali, è segno della deriva di una società che non ha strumenti per innovare. Napoli rilanci il suo progetto di futuro, anche sulle recenti esperienze di uso dei beni comuni: ma sostenga un dibattito pubblico con linguaggio aperto e competente per promuovere un’innovazione che, a partire dalla politica, sappia coinvolgere studiosi, esperti, e parti significative di società civile che mostrano estrema competenza e sensibilità sui temi in agenda.

Si possono “riciclare” i territori abbandonati e degradati di Napoli Est, per farne una nuova città residenziale integrata con il paesaggio? Con quali criteri è possibile disegnare nuovo spazio pubblico per dare forma agli standard urbanistici nei quartieri residenziali della periferia pubblica di Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio? Come recuperare i paesaggi dell’agricoltura per valorizzare i territori della dispersione insediativa a nord di Napoli? Come coinvolgere cittadini e portatori di interessi nella rigenerazione delle aree abbandonate e dismesse a Bagnoli?

Costruire domande vuol alimentare emancipazione collettiva. Non serve cristallizzare il confronto su posizioni vecchie, legate al “partito del sì” piuttosto che a quello “del no”: confrontiamoci su indirizzi e opzioni strategiche, ricostruiamo un patrimonio di idee per un progetto di sviluppo – che sia politico innanzitutto e con rilevanti ricadute non più differibili sul tessuto economico e occupazionale – che solleciti e sostenga in maniera critica, informata, competente e comunicativa una tensione concreta per un laboratorio inclusivo e collaborativo di trasformazione urbana, fuori da ogni posizione stereotipata e convenzionale. Se vogliamo giocare come visione di futuro la sfida della neutralità climatica o del carbonio nel 2050, siamo già in grande ritardo.