«Una tappa angioina non poteva mancare, in onore del fortissimo legame storico e culturale che legano Napoli alla Francia». A parlare è Cesare de Seta, storico dell’arte e scrittore napoletano, che in passato ha diretto alcune importanti istituzioni culturali d’oltralpe: dall’École des Hautes Études en Sciences Sociales all’Istituto Italiano di Cultura a Parigi. Lo scorso anno ha pubblicato un romanzo, L’isola e la Senna, ambientato proprio nella capitale francese.

Professore de Seta, la firma di oggi a Palazzo Reale tra Macron e il presidente del Consiglio Conte ha un’importanza cruciale, serve a riannodare i fili delle relazioni tra Italia e Francia dopo le tensioni nate durante l’esecutivo giallo-verde. Lo sfondo scelto per questo evento è Napoli. Cosa significa per la città?
È certamente molto gratificante per Napoli e per i rapporti che il presidente Macron ha sempre avuto con la città. Rapporti di particolare considerazione a addirittura di affetto nei confronti di Napoli, della sua storia e della sua cultura. Macron conosce bene la storia di Napoli, di come è stata per secoli una grande capitale europea. Oggi tornerà ad esserlo, anche se per un giorno.

Il presidente francese visiterà nel pomeriggio alcuni dei capolavori napoletani. Dal Cristo velato nella cappella di San Severo al chiostro di Santa Chiara per poi andare al Teatro San Ferdinando, la casa di Eduardo, a cui il presidente ha più volte dichiarato di essere particolarmente legato. Le piace questo itinerario? Avrebbe scelto qualche altro luogo?
Trovo molto significativo che ci sia la Basilica di Santa Chiara, costruita da Roberto d’Angiò: una tappa della dominazione angioina era d’obbligo. Ci sarebbe stata bene anche la chiesa di San Domenico Maggiore, anche quella voluta da un d’Angiò, “NAPOLI CON MACRON TORNA AD ESSERE CAPITALE PER UN GIORNO” Carlo II. È un peccato che manchi il San Carlo.

Il concerto di Lina Sastri al Teatro San Carlo inizialmente in programma, è stato annullato per ragioni di tempo.
Lì il legame con la Francia è fortissimo. Stendhal lo considerava il più bel teatro del mondo. Non a caso lui appena arrivava a Napoli ci tornava di corsa. Nel suo Rome, Naples et Florence raccontava delle poltrone blu del San Carlo, prima che queste diventassero tutte rosse per volere di Ferdinando II di Borbone. E poi la musica napoletana è stata una fonte di ispirazione fondamentale per quall francese.

Cosa è rimasto in città della dominazione angioina?
Una dominazione di tre secoli non si cancella, anzi. E poi Carlo d’Angiò è stato uno dei più grandi sovrani che la città abbia mai avuto. Certamente restano tracce evidenti nel dialetto napoletano, che è ricco di echi della lingua francese. Pensiamo, per fare un esempio, alla parola zandraglia che indica una donna rumorosa, litigiosa e volgare. Questa parola deriva dal francese les entrailles, che indica le interiora, ovvero quelle parti che i nobili, nei loro banchetti, lasciavano ai popolani che, appunto, si accapigliavano fra loro per accaparrarsele. Il dialetto napoletano è pieno di questi esempi.

Che città troverà oggi il presidente Macron?
Una Napoli completamente diversa. Non solo rispetto a quello che è stata un tempo ma anche rispetto alla città di qualche anno fa, che probabilmente lui stesso ricorda. Certamente non siamo in un momento di particolare fioritura anche se esiste, e resiste, una vitalità culturale nel cinema, nel teatro e nella cultura, in generale, che ancora la rendono una capitale a livello nazionale e non solo.

Cosa ne pensa della presidenza di Macron?
Discuto spesso con amici e colleghi francesi e trovo che i loro giudizi siano molto critici. A me sembrano troppo severi se pensiamo che il presidente ha dovuto fronteggiare le continue manifestazioni dei gilet gialli e dei sindacati. Un conflitto sociale molto forte che credo, però, che il presidente abbia trovato il modo di gestire.