Circolando per le strade di Napoli e della sua area metropolitana non si può non notare quanto stia aumentando il numero di cassonetti stracolmi, di cumuli di immondizia ai lati delle strade, di rifiuti di grandi dimensioni abbandonati nelle piazze e sui marciapiedi. I media continuano a evocare lo spettro della grande crisi che colpì Napoli tra il 2007 e il 2008, quando molte aree urbane della Campania vennero sommerse dai rifi uti e centinaia di migliaia di tonnellate di spazzatura si accumularono sulle strade della regione in attesa di essere raccolte. Quella crisi gravissima, senza precedenti in Italia, si protrasse fino alla primavera.

Le sue immagini furono rilanciate dai principali giornali internazionali e proiettate dalle tv di tutto il mondo. Si era ben presto compreso che la Fisia-Impregilo, ditta che aveva vinto la gara d’appalto per la costruzione dei termovalorizzatore e di sette Cdr, si era impegnata a smaltire i rifiuti prodotti da questi impianti solo ed esclusivamente in quello di Acerra. Una volta esaurite le discariche e non ancora avviato il termovalorizzatore, non rimaneva che inviare i rifiuti fuori regione oppure lasciarli per le strade. Ed ecco la crisi. Il risultato fu la produzione di sei milioni di ecoballe ancora oggi in gran parte “parcheggiate” in vari siti di stoccaggio in giro per la Campania. Siamo alle soglie di una nuova crisi? Ci sono problemi di raccolta o forse, come è più probabile di smaltimento? Cosa ci riferiscono gli esperti? Il governatore De Luca ha annunciato l’avvio di una strategia interamente fondata sulla raccolta differenziata e su 15 impianti di compostaggio per smaltire la parte umida ricavata dal porta a porta, mentre sarebbe del tutto obsoleta la previsione che riguardava la costruzione di tre termovalorizzatori.

Perché la strategia funzioni occorre però che la percentuale della raccolta differenziata raggiunga la soglia del 60%. Le rassicurazioni e l’ottimismo del presidente De Luca non sono tuttavia sufficienti ad annullare dubbi e sospetti sull’esito positivo e, soprattutto, definitivo del problema dei rifiuti nell’area metropolitana di Napoli. Basteranno questi interventi per risolvere le gravi criticità che sembrano nuovamente investire questo settore? E anche qui sarebbe cosa buona e giusta che qualche esperto si faccia avanti per spiegare a cittadini sempre più preoccupati se effettivamente è questo un percorso efficiente. Ma cerchiamo di capire attraverso l’analisi dei dati contenuti nei rapporti annuali dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), la situazione complessiva della regione.

Negli ultimi anni la Campania ha conosciuto un rilevante progresso nella la raccolta differenziata che tra il 2013 e il 2017 è passata dal 44% al 52,8%. Un dato significativo perché di poco inferiore a quello della virtuosa Toscana (53,9%) e decisamente al di sopra del Lazio che si attesta sul 45,5%. A ciò si aggiunga il 28% di rifiuti destinati al termovalorizzatore dopo il trattamento meccanico-biologico, cioè dopo che i cosiddetti impianti Cdr hanno tritovagliato i rifiuti indifferenziati e prodotto un resto destinato ad Acerra. Da una analisi sommaria sembra che, tra raccolta differenziata e recupero di energia, una parte consistente dei rifiuti urbani prodotti in Campania abbia il suo giusto smaltimento. Rimarrebbe la parte da inviare a discarica. Il dato più sorprendente, però, riguarda la drastica riduzione, tra il 2016 e il 2017, proprio di questa parte che passa dal 17 al 3%. A cosa è dovuta?

Nel rapporto si legge che il calo dipende da una carenza impiantistica che “determina l’utilizzo di impianti localizzati in altre regioni”. È forse qui che si annida il problema? È la difficoltà di “piazzare” ancora una volta i nostri rifiuti fuori regione l’origine di questa ulteriore crisi? Quanto ci costa? Dai dati Ispra emerge l’estrema fragilità del sistema campano nell’assicurare alla regione una piena autonomia nello smaltimento sia dei rifiuti indifferenziati che dei materiali di risulta dalla raccolta differenziata. Le domande, dunque, sono parecchie. Perché abbandonare l’idea di un altro termovalorizzatore? È una scelta tecnica o politica? È fatta in nome dell’economia circolare o nel timore di perdere consenso? Perché tanti impianti di compostaggio? Sono necessari? E le discariche? Ne possiamo fare a meno? Aspettiamo che gli esperti ci spieghino che cosa sta succedendo.