Nessuno è stato in grado di definire compiutamente la ‘napoletanità’. Secondo la Treccani è «l’insieme delle tradizioni, degli usi, delle qualità e degli atteggiamenti spirituali che costituiscono il patrimonio storico della città di Napoli e dei Napoletani». Vi sono, invero, analoghi lemmi anche per Roma e Firenze (non per altre città), ma nessuno di essi esprime il contenuto dei singolari modi d’essere. Tuttavia, pur se incapaci di spiegare in che consiste la napoletanità, tutti avvertiamo che c’è, ad esempio quando ascoltiamo la canzone di Pino Daniele. Non si può rivendicarne la probità assoluta. Anzi. Sono inconfutabili tanti difetti, che occorre impegnarsi a correggere. Non si può, però, alterare la natura di un popolo. L’intento di omologare, culturalmente illiberale, è destinato inesorabilmente al flop.
L’assunto ha ricadute evidenti su due aspetti. Il modo di stare allo stadio e le aspettative della gente nei confronti di SSC Napoli e giocatori. Quanto al primo, si sconta un palese ipertrofia della regolazione, che rende delittuosi comportamenti solo per effetto della previsione normativa (ove questa prescrivesse che è vietato il maglione a collo alto, indossandolo si diverrebbe delinquenti). La sensazione è che, sfruttando il bisogno di contenere gli esecrabili comportamenti illeciti di pochi, si voglia privare lo stadio della sua specificità. Lo stadio non è un teatro, il tifoso non è un cliente. La musica assordante depotenzia l’ultima vera agorà rimasta. Quanto, poi, alle aspettative, purtroppo il calcio soggiace alle regole del mercato. L’appassionato sentimento collettivo esponenziale dei territori è in palese contraddizione con l’organizzazione del sistema calcio improntata al profitto economico.
Domenica sera c’è al San Paolo la madre di tutte le partite. In città, dopo la vittoria con la Lazio, sembra tornato un moderato entusiasmo. La squadra deve confermare di essersi ritrovata fisicamenete e psicologicamente. Protetti dal Santo patrono, potremmo sconfiggere la sfortuna, resistere ad eventuali decisioni arbitrali illegittime e battere i due traditori (uno della città, l’altro di se stesso). Napoli non è capace di odiare. Del resto, anche Giuda serve. Senza di lui Cristo non sarebbe risorto.