È assai difficile rinvenire un rapporto fra città e squadra di calcio più simbiotico di quello fra Napoli ed il Napoli. Gli stati d’animo della città sono fortemente influenzati dall’andamento della squadra. Non tanto nella vita politica e istituzionale, quanto in quella della società civile. Per strada, nei bar, negli uffici, nei negozi, ovunque si sente l’identificazione nella squadra della comunità territoriale. Questo spiega perché quando il Napoli non va bene la città è di cattivo umore (pare che lo dicesse persino Benedetto Croce), avverte lo sconforto, la sfiducia e talvolta persino il disorientamento, com’è in questo momento.
Dopo diversi anni di indiscutibili successi (benché di rado esitati in conquista di trofei) la squadra è precipitata in una crisi assai delicata. Rinvenirne le cause è arduo perché i fatti sui quali esprimere opinioni sono incerti. Si può dire però che il Presidente, fin qui quasi infallibile, sia incorso in un evidente errore di gestione nell’affidare la squadra ad Ancelotti. È verosimile che lo assunse per tacitare le critiche al licenziamento di Sarri, che aveva avuto il torto di oscurarne l’immagine, mortificandone la vanità. Ancelotti si è rivelato obiettivamente incapace di tenere lo spogliatoio, né è credibile che non sia stato assecondato da ADL, giacché ha sempre dichiarato il contrario.
Si può sbagliare, naturalmente. Meno comprensibile è perseverare nell’errore. Del rischio di scegliere un profilo come Ancelotti il Presidente era già avvertito dalla esperienza di Benitez (che pur vinse Coppa Italia e Supercoppa italiana): l’aspirazione (assai provinciale) di conferire alla squadra e all’azienda un respiro internazionale, tale da trascinare con sé la trasformazione dei tratti antropologici della societas partenopea, s’era rivelata fallimentare. La pretesa d’imporre sull’essere di una comunità territoriale un dover essere calato dall’alto è operazione solo apparentemente illuminista. Perché deriva dalla convinzione (sbagliata) che l’uso della ragione debba muovere da un unico, indiscutibile, modo di essere, giusto per asserzione.