Caro Riformista,
penso che le 12 pagine dell’edizione napoletana del quotidiano stiano accendendo i riflettori in maniera efficace su alcuni punti salienti che interessano la comunità. Ritengo che oggi sia inutile estendere la propria capacità investigativa su tutta la realtà che quotidianamente si dispiega sotto i nostri occhi. Non è necessario che il cittadino sia informato su tutto, ma solo su alcuni aspetti che egli può così più facilmente memorizzare e sui quali indirizzare meglio la sua indignazione o il suo consenso. In una società globale i fatti da raccontare sono tanti, ma ugualmente tanti sono i canali informativi che intasano la nostra capacità di ricezione dei dati. Allora una nuova testata – soprattutto a carattere locale – deve tendere a sfrondare e a mirare direttamente al cuore del lettore, il quale sempre più vuole sentirsi partecipe di una comunità (cfr. le community dei social) dove le informazioni si sagomano sempre più sul suo spazio reale e immaginario. In tal senso formidabile l’idea del calcio in forma di fumetto. Allora puntare il cannocchiale significa soprattutto selezionare, enfatizzare e, quindi – perché no? – stupire.

Bellissima l’intervista a Maria Luisa Iavarone sul numero zero: la violenza che ferisce a morte i nostri figli non può diventare business attraverso film, fiction e quant’altro; ma di ciò se ne parla solo quando avviene un fatto di sangue. E a questa violenza fa da contraltare l’altra, quella delle carceri. Ma alla violenza come si risponde? Qui il cannocchiale si sposta sulla cultura: Napoli come New York? Ma Napoli è una città “porosa”, come la definì Benjamin, una città che che si sviluppa verso l’interno, verso l’indeterminatezza, verso l’indistinzione tra pubblico e privato. La narrazione su Napoli ha insistito molto sulle due realtà contrapposte, ma oggi la “società liquida” tenderebbe piuttosto a confonderle. A Napoli sembra prevalere un esistere collettivo che dà luogo a una creatività straordinaria, che si estende a ondate sempre più lunghe e sembra rifuggire dalle megastrutture. Oggi autori come la Ferrante, De Giovanni, Saviano, Sorrentino hanno una risonanza planetaria e le loro storie sono entrate stabilmente nell’immaginario collettivo.

Anche quando si sposta sulla politica il cannocchiale è selettivo e “partigiano”: ma chi è realmente super partes? Soprattutto oggi, l’informazione deve confrontarsi con un tipo di comunicazione sempre più personalizzata, intorno a cui gli individui vogliono riconoscersi come parte integrante di un dialogo collettivo. La sfida è quella di spostare continuamente il cannocchiale. L’atteggiamento post-ideologico del Riformista lo consente. Consente di non dimenticare Craxi, “l’antipatico”, di ricordare che Ruotolo è targato Dema, di ribadire che giustizia non vuol dire giustizialismo. L’ideologia, in effetti, ti semplifica la lettura della realtà e oggi la cultura dominante ti spingerebbe alla semplificazione anche attraverso le sue particolari modalità comunicative, generando così un corto-circuito micidiale: se devi sintetizzare il tuo pensiero nelle poche righe di un twitter, non puoi permetterti il lusso di spaccare il capello e costringere l’ interlocutore a uno sforzo cognitivo non previsto. Ma la sfida è anche questa: essere pop, nella consapevolezza che oggi la cultura non può non essere pop, cioè estendibile all’intero habitat sociale. E, nello stesso tempo, scalfire l’esistente per aprire un varco alle nuove speranze.