A Napoli manca un centro. Un centro politico. Non che sinistra e destra godano di buona salute. A sinistra tengono banco le piroette dei DemoDema, con de Magistris sull’orlo del fallimento e il generoso Sarracino pronto a salvarlo dal baratro. Con le faide pentastellate di Fico e Ciarambrino. Con i flashmob antileghisti (a Scampia!) delle spensierate Sardine. Quanto agli uomini della destra, attendono istruzioni da Berlusconi, Salvini e Meloni, aspettano di capire quale sarà il proconsole designato da Roma, quasi che la Campania fosse la Cilicia al tempo di Augusto. Ma è proprio un simile quadro politico che rende stupefacente l’assenza di un’alternativa, l’assenza di una voce pubblica che sia proposta politica e non politica politicante. Che sia cultura politica e non il simmetrico tatticismo dalla sinistra e dalla destra.

Non è un’alternativa, ad ogni evidenza, il renzismo napoletano, il partito di Apostolos Paipais, di Graziella Pagano, di Ciro Buonajuto. Italia Viva aveva un’ottima occasione di dire la sua, giorni fa, quando il Pd decise di correre con de Magistris la partita delle suppletive (e chissà quali altre future partite). Poteva dire no all’accordo con gli arancioni, come a Roma dice no al populismo di Grillo e Salvini. Poteva dire no al candidato Ruotolo, come a Roma dice no ai giustizialisti di Bonafede e Travaglio. Invece si è allineata al Pd di Sarracino. Ne ha assecondato i giochi senza pronunciare verbo. La tecnica dello struzzo. Ma neppure è un’alternativa il sempre favoleggiato protagonismo di Mara Carfagna, che resta in Forza Italia e però contro Forza Italia lancia bordate asperrime, che critica a tutto campo il quasi-candidato Stefano Caldoro ma non si candida lei stessa. Che, soprattutto, non spiega ai comuni mortali cosa significhi “un altro” centrodestra, non cerca di convincere l’opinione pubblica che si tratti di una buona cosa. L’Araba Fenice.

Niente da fare. Sebbene sinistra e destra appaiano in pessime condizioni, a Napoli manca una voce diversa. Ed emerge perciò un deficit di offerta politica che appare tanto più pericoloso in una città afflitta da mille gravi problemi, tanto più inspiegabile di fronte alla caduta di credibilità che investe i Rivoluzionari con la bandana e gli Onesti a cinque stelle. I quali, gli uni e gli altri, avevano monopolizzato negli ultimi anni settori consistenti dell’opinione pubblica cittadina.

Viene da chiedersi dove finiranno, quei consensi, di fronte alla grande delusione odierna. E come sia possibile che al declino verticale della stagione populista napoletana non si dia altra risposta se non una ripresa in grande stile della politica politicante, un ritorno dei tradizionali giochi della partitocrazia, per quanto una partitocrazia in sedicesimo. Alleanze sottobanco, accordi indicibili, fuoco amico, ambizioni personali. Viene da chiedersi perchè non prenda mai corpo un’alternativa liberale e riformista. Un centro.

Ma il centro, si dirà, non è il paradiso perduto. O così questo Paese non l’ha mai vissuto. Vero. Una delle caratteristiche del discorso pubblico italiano è anzi la stigmatizzazione del centro. Il quale è stato sempre assimilato a una pratica deteriore di mediazione, contrapposta alla capacità di fare scelte coraggiose e responsabili. Ė diventato sinonimo di moderatismo e conservatorismo, categorie che a loro volta non godono di buona stampa in Italia, sebbene l’Italia si sia dimostrata spesso moderata e conservatrice.
È stato identificato, il centro, con la vicenda della Dc, la Balena Bianca capace di digerire tutto e non decidere mai niente. E tanto più è stato sottovalutato nella stagione del bipolarismo, quando bisognava stare da una parte o dall’altra. Berlusconi o Prodi.

Basta però guardare ai bizantinismi dell’attuale quadro politico cittadino, alla sua lontananza ormai abissale dai sentimenti e dagli interessi dei napoletani, per rendersi conto di quanto sarebbe necessaria oggi una proposta liberale e riformista. Necessaria come l’aria che si respira (o non si respira) in città. Ed è inutile aggiungere che dovrebbe essere la politica, diciamo pure la Politica, a svegliarsi dal letargo.

Le recenti discussioni sull’alleanza DemoDema e sul candidato Ruotolo spesso si sono concluse polemicamente con una domanda: ma allora per chi votare? Il solito ricatto. Come se potessero essere gli elettori a supplire a quel che (clamorosamente) manca nell’odierna offerta politica cittadina, come se potessero essere loro a inventarsi un’alternativa alla politica politicante.