Portici, con la sua rinascita culturale e commerciale, con la Reggia e Pietrarsa, con un sempre più numeroso flusso di turisti e la movida. E San Giorgio a Cremano, con le sue attività imprenditoriali e la strategica posizione di confine tra l’estremità orientale della città e la provincia vesuviana.

Il clan Mazzarella, una delle organizzazioni camorristiche più storiche e potenti di Napoli, aveva puntato, da San Giovanni a Teduccio, ad estendere i suoi traffici e interessi illeciti anche sulle due cittadine dell’area vesuviana. Non proprio due terreni vergini, considerata la presenza a Portici dei Vollaro e a San Giorgio dei Troia, ma approfittando di una sorta di vuoto di potere creatosi negli anni di contrasto e impegno da parte dell’Antimafia.

Trentaquattro arresti eseguiti dai carabinieri del comando provinciale guidati dal comandante Giuseppe La Gala su trentasei ordini di custodia cautelare firmati dai magistrati della Dda della Procura di Giovanni Melillo hanno fermato questa ascesa criminale. In manette gli uomini del clan Luongo-D’Amico, articolazione del clan Mazzarella. Associazione di stampo camorristico, usura, estorsione, lesioni personali, detenzione e porto in luogo pubblico di materiale esplodente, danneggiamento aggravato, minaccia e atti persecutori, traffico di droga e spaccio sono la sfilza di reati contestati.

In manette, tra gli altri, Umberto Luongo considerato al vertice dell’organizzazione criminale e affiancato dalla moglie Gaetana Visone, che secondo le accuse lo accompagnava ai summit con altri capiclan, gestiva la cassa del gruppo, gli stipendi per gli affiliati e la contabilità legata al business dell’usura. Già l’usura, reato odioso. Era come un laccio stretto alla gola di commercianti e imprenditori, zittiti dalle minacce e costretti a pagare interessi stratosferici sui prestiti chiesti per mandare avanti le attività nell’illusione di superare i momenti di crisi del commercio. È stato grazie al coraggio di un commerciante di San Giorgio e alla tenacia investigativa dei carabinieri della piccola stazione locale che l’indagine ha preso forma. Nella stazione i più denunciano furti, rapine, scippi.

Il 7 marzo 2016 bussa alla porta un commerciante stremato dalle minacce, disperato per i soldi che non aveva più e che la camorra pretendeva da lui. “Ero in crisi da febbraio 2015, già pagavo il mutuo per la casa, le banche non mi concedevano altri prestiti e così mi decisi a rivolgermi a una persona che sapevo prestava denaro”. Fu il primo passo verso la stretta della morsa criminale. “Chiesi 5mila euro di prestito, mi fu concesso a condizione che entro un mese li restituissi con 1500 euro di interessi e una penale di 50 euro al giorno per ogni giorno di ritardo”.

Il commerciante non riuscì a rispettare la scadenza e il debito lievitò nel giro di qualche mese a 17mila euro. “Riuscii a pagare 4mila euro, ma erano solo gli interessi. Mi chiesero altri 6mila euro che presto divennero 7mila”. Ai carabinieri il commerciante racconta le pressioni e le minacce, la paura delle ritorsioni dei camorristi e la paura di confidare in famiglia la situazione. Ricorda le citofonate continue a casa, le telefonate insistenti e le volte in cui è stato prelevato e portato al cospetto degli uomini del clan. “Fosse per me ti avrei mandato all’ospedale” ripeteva il boss. Coordinata dai pm Antonella Fratello e Simona Rossi, l’inchiesta ha scavato nelle piaghe di drammi personali e nelle trame di progetti criminali fino ad alzare il velo su giri di usura ed estorsioni, attentati intimidatori come quello del 5 maggio 2017 davanti a un’officina di via San Giorgio Vecchio, e un clima di sopraffazione con ritorsioni anche destinate ai parenti dei collaboratori di giustizi per farli ritrattare.