Minacciarono e picchiarono i familiari di un collaboratore di giustizia, poi morto in carcere, nel tentativo di conoscere la località protetta dove si trovava. In un altro caso obbligarono i parenti del pentito a lasciare l’abitazione ad altri affiliati del clan. Dovranno rispondere di violenza privata, violenza o minaccia per costringere a commettere un reato, intralcio alla giustizia ed estorsione, tutti delitti aggravati dal metodo mafioso, i quattro destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Napoli ed eseguita in mattinata dai carabinieri del Nucleo Investigativo e della Compagnia Napoli-Stella e dagli agenti della Squadra Mobile di Napoli al termine delle indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea.

LA VICENDA – I destinatari, ritenuti affiliati al clan Contini, facente parte insieme alle cosche Licciardi e Mallardo della temibile Alleanza di Secondigliano, sono Alfredo De Feo, 51 anni (zio del pentito Vincenzo De Feo, 27 anni, deceduto in carcere nel settembre 2017), Nicola Botta, 41 anni (nipote di Salvatore Botta, elemento apicale dell’organizzazione), Massimo Fiorentino, 42 anni, e Giovanni Rubino, 69 anni. Il provvedimento scaturisce da acquisizioni investigative che hanno permesso di contestare, a vario titolo, agli indagati, negli anni dal 2012 al 2018, di aver avvicinato, minacciato ed usato violenza nei confronti dei familiari di un collaboratore di giustizia al fine di scoprire la località protetta dove si trovava, nonché influenzare e far ritrattare la sua collaborazione in modo da salvaguardare gli interessi del sodalizio di appartenenza, intralciando il regolare percorso della giustizia. Il pentito in questione, Vincenzo De Feo, morì in carcere in seguito a una malattia.

LE ESTORSIONI – Diversi anche i casi di estorsione riscontrati dagli investigatori. Ben cinque quelli ricostruiti dalla DDA. Il sodalizio infatti obbligò un cittadino costretto ad acquistare cambiali da corrispondere periodicamente al fine di non essere “mandato all’ospedale”. Ad un imprenditore imposero il pagamento di 13mila euro mensili a titolo di “pizzo” per poter continuare a svolgere la propria attività imprenditoriale, obbligandolo a chiudere la propria attività, a cedere le apparecchiature delle società e a versare un’ultima quota al sodalizio per il ritardo nei pagamenti.

Altro caso è quello relativo a un impresario, dedito alla commercializzazione delle apparecchiature da intrattenimento da sala (slot machine, videopoker) nonché poker online e raccolta scommesse in relazione ad eventi sportivi, costretto a pagare migliaia di euro a scadenze mensili a titolo di “pizzo” per poter continuare a svolgere la propria attività imprenditoriale, arrivando infine ad obbligare un suo fornitore a versare la quota per conto della vittima.

Ricostruita anche la vicenda relativa al titolare di un distributore di carburanti, costretto a versare a titolo estorsivo la somma di 10mila euro quale “pizzo” sulla propria attività di impresa, e, per ultima, quella di una famiglia legata a un collaboratore di giustizia, costretta a lasciare il proprio domicilio e a consegnare l’immobile ad affiliati al sodalizio.

L’operazione di oggi rientra in una più ampia strategia di contrasto nei confronti del clan Contini posta in essere dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli che ha già portato all’esecuzione di altre misure cautelari nei confronti di numerosi presunti affiliati, tra cui quella di marzo 2016 a carico di 34 soggetti e quella di giugno 2019 a carico di altri 126 affiliati. Tra questi anche il 32enne Giuseppe Arduino, latitante dallo scorso giugno e arrestato nelle scorse ore in una villetta di Capaccio (Salerno) dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli

Nel corso delle precedenti indagini si erano raccolti elementi in relazione a la gestione e il controllo delle piazze di spaccio, anche con l’utilizzo di “vedette armate” nel centro della città; l’operatività di canali di approvvigionamento dello stupefacente, in particolare del tipo cocaina e marijuana dall’Olanda; l’esistenza di una “cassa comune” nella quale confluivano i proventi dell’attività di spaccio, utilizzati in seguito per l’acquisto di ulteriori partite di stupefacenti, per il sostentamento delle famiglie degli associati detenuti, nonché per il pagamento delle “mesate” agli affiliati in libertà; l’organicità al sodalizio imprenditori operanti nei più svariati settori.