La macchina amministrativa è lenta e molti accusano la burocrazia eccessiva e l’eccessivo ricorso alla giustizia. Il governatore Vincenzo De Luca, intervenendo a “Mezz’ora in più”, ha riaperto la riflessione sulla proposta di abolire il reato di abuso d’ufficio. Ne discutiamo con Bruno D’Urso, magistrato in pensione, già presidente dell’Ufficio gip di Napoli e prima ancora presidente di sezione al Tribunale dove si è occupato di processi delicati come quello a Duilio Poggiolini e quello agli affiliati della Nuova Famiglia all’epoca in guerra contro la Nco.
De Luca ha ragione? Il reato di abuso d’ufficio andrebbe modificato?
“Non penso che il governatore immagini che l’abuso di ufficio serva a evitare che autorizzazioni comunali siano date non rispettando le previsioni legislative, quindi parliamo di appalti e commesse pubbliche. De Luca ha ragione a lamentarsi ma il discorso è più complesso”.
In che senso?
“La premessa è che l’abuso d’ufficio previsto dall’articolo 323 del codice penale è un reato abbastanza giovane perché è il risultato di uno sforzo fatto da Legislatore nel ‘97 quando gli armadi dei pubblici ministeri erano pieni di procedimenti per reati contro la pubblica amministrazione. Prima esisteva il reato di interesse privato in atti d’ufficio che pure ha avuto vita breve (fu introdotto nel 1990). Il riepilogo storico serve a far capire come sia martoriato il percorso del reato di abuso d’ufficio. Ricordo che per i lavori preparatori fu fatta una statistica sull’esercizio dell’azione penale (all’epoca fui interessato dal Comitato scientifico del Csm). Si accertò che c’era una forbice enorme tra azioni penali esercitate e condanne, tanto che su cento processi solo il cinque per cento era andato a condanna definitiva. Questo per spiegare come l’interesse privato allora e l’abuso di ufficio in questi 23 anni di applicazione sia stato il grimaldello che giurisdizione penale ha utilizzato per scovare illeciti nella pubblica amministrazione”.
Con l’introduzione dell’Anac la situazione è migliorata?
“Ci eravamo tutti illusi che ci sarebbe stata una deriva più virtuosa. L’Anac è in costante operato di verifica e controllo, subissata da quesiti che vengono posti dalla pubblica amministrazione e che danno la misura di quanto complesso sia l’ambito di cui parliamo”.
Quale rimedio si potrebbe adottare?
“I Tar sono intasati di ricorsi e molti processi penali e amministrativi nascono per la soccombenza ad opera di chi non si è aggiudicato appalto o non ha ottenuto la licenza, di chi è destinatario di un atto negativo da parte della pubblica amministrazione. Ritengo che il rimedio non sia la repressione, né inasprire le sanzioni e immaginare nuovi reati. L’esperienza di giudice mi ha insegnato che è il corretto funzionamento degli organi tecnici della pubblica amministrazione la soluzione. Serve rastrellare alla base le fonti di eventuali reati e introdurre più rigorosi controlli all’interno delle pubbliche amministrazioni, attribuendo semmai ad autorità indipendenti la soluzione immediata delle controversie che inevitabilmente sorgono quando parliamo di governo di capitali e lavori da espletare. E occorre semplificazione: siamo un Paese con troppe regole per cui diventa più facile violarle o lamentarne le violazioni. Servono poche regole, chiare e inequivocabili, che consentano una riduzione degli interventi della giustizia penale e amministrativa e un irrobustimento degli organi di controllo interni alle pubbliche amministrazioni e una bonifica reale da pubblici amministratori che non danno affidabilità per un corretto esercizio delle proprie funzioni”.