Non conosco Boscoreale, non ci sono mai stata. Eppure, ci sono andata molte volte, attraverso i discorsi dei tanti suoi ragazzi finiti a Nisida. Nel libro che abbiamo pubblicato lo scorso anno, Emanuele ha scritto: «Il mio quartiere è malfamato, a Boscoreale c’è un cuofano di criminalità, non si sta male perché fortunatamente c’è pure gente buona, a me piacciono più i criminali sennò non mi trovavo qua». Naturalmente, poiché, anche se i ragazzi ignorano il latino, l’idea comunque è quella – verba volant, scripta manent – nel parlato, sul cuofano di criminalità, ci si sofferma con molta più dovizia di particolari. Vuol dire che Boscoreale è il centro del male? No.

Evitiamo, a Boscoreale e a qualunque altro luogo, questo marchio: che non tocca i “colpevoli” e fa male agli “innocenti”. Di luoghi in cui, nella periferia e nell’hinterland napoletano, non è facile crescere bene, anzi è difficilissimo, ce ne stanno fin troppi. I fatti di Boscoreale dovrebbero costringere la politica a prendere atto che, insieme a problemi di carattere economico e sociale, c’è in Campania un problema, enorme, di educazione. Che vuol dire che, fin da piccolissimi – dagli asili nido, che invece mancano – i bambini andrebbero “accompagnati” alla scoperta del bello e del buono: non lasciati in un vuoto, riempito dalle “attenzioni” dei tanti Erodi che s’aggirano per le vie e dalle peggiori trasmissioni della tv.