I fotogrammi sono qui, impietosi. Quello di un bimbo che piange disperatamente allo stadio San Paolo dopo l’ennesima sconfitta della squadra più incerottata dell’universo (la foto è tratta dalla diretta trasmessa sulla piattaforma di video streaming DAZN) e quello di una donna che s’arrampica coraggiosamente sopra un cumulo di immondizie pur di pagare il ticket per l’auto posteggiata a ridosso della devastata terra di nessuno che si estende tra Porta Nolana e il Vasto (lo scatto è del quotidiano Il Mattino). Il ragazzino è rimasto impietrito sugli spalti semideserti. La caduta del Napoli contro la Fiorentina è bruciante. Lui stenta a crederci. Un torrente di lacrime gli innaffia il volto, giacché si sente colpito nella sua “antica” fede di giovane tifoso degli azzurri, di chi si è nutrito per anni di pane e figurine Panini. Immaginiamo per un attimo che i due eventi accadano in simultanea.

Mentre il ragazzino lascia il San Paolo ridotto ormai a una Valle di Lacrime (non è soltanto lui a piangere, anche qualche adulto si lascia sfuggire, tra imprecazioni irripetibili, una “furtiva lagrima” per l’ennesima Caporetto calcistica della squadra dalle ali spuntate), la donna scala i miasmi come neanche Walter Monatti sulla parete scivolosa del K2. Che cosa la spinge? Pura avventatezza, col piacere di sfidare l’impossibile? Ostinata rivalsa nei confronti di una metropoli dove lo sport nazionale è derogare dalle regole? Oppure ossequio al più arcano e misterioso degli dei partenopei, onorato da puri folli con rito quasi catacombale, ovvero l’Orgoglio Cittadino? Sì, il ragazzino in lacrime mentre gli azzurri sconfitti si avviano negli spogliatoi, e la donna che ha una sola ambizione, pagare quel benedetto ticket che la metta in pace con la coscienza, costi quel che costi, sono gli sconosciuti cultori dell’Orgoglio Cittadino, in una città che annaspa più di Insigne e compagni sul rettangolo verde del San Paolo, disamministrata quanto basta, fra traffico impazzito e materassi abbandonati ad ogni recesso di strada, per non parlare delle goffaggini e gli strafalcioni calcistici di casa De Laurentiis.

Sono ostinati nelle loro passioni e nelle loro determinazioni. Credono nella rinascita, vuoi della squadra fondata una vita fa da Giorgio Ascarelli, vuoi della Napoli esaltata qualche giorno fa da Riccardo Muti dalla tribuna improvvisata del Teatro San Carlo, eroi solitari che agiscono misteriosamente in simultanea, fotogramma su fotogramma, al di là del Pregiudizio sulla sua ingovernabilità, non solo di chi vive lontano dal Vesuvio e si nutre di cliché sulla metropoli impossibile, ma dei napoletani stessi che amano gingillarsi con lo scetticismo e il disincanto, per nascondere la nuda verità che lo “sfasciume pendulo” della “città più bella del mondo” (parole di Muti queste ultime) è il viatico per deresponsabilizzarsi, sottraendosi giorno dopo giorno alla fatica e agli obblighi imposti da quell’oggetto misterioso, ma poi non tanto, che si chiama semplicemente “senso civico”. Eppure basterebbe tapparsi il naso e scavalcare un piccolo dolmen di rifiuti per agguantarlo.