L ’importante è partecipare. Perciò ha fatto discutere la vicenda raccontata dal quotidiano Metropolis. Una donna, stanca di non vedere mai convocato il figlio per le partite di una scuola calcio di Torre del Greco (Napoli), ha affisso all’esterno del centro sportivo in questione dei manifesti di protesta. «Chi ha visto Mancini?», recitava uno di questi, canzonando l’allenatore del figlio, paragonato al tecnico della Nazionale. «Ho voluto richiamare l’attenzione dei dirigenti e degli altri genitori – ha dichiarato – anche perché sono stanca dei silenzi attorno a questa vicenda, che ritengo ingiustificabile se rapportata all’età dei ragazzini».

L’autrice della protesta ha detto di pagare regolarmente l’iscrizione e di essere stanca di vedere il figlio allenarsi per tutta la settimana per poi essere costantemente escluso la domenica. «Mio figlio non ha problemi motori, per fortuna. Ma cosa sarebbe stato se invece avesse presentato degli handicap?» E il motivo allora? Il bambino non sarebbe considerato all’altezza. E così vengono in mente centinaia di episodi con genitori che contestano – nel migliore dei casi – o aggrediscono – nel peggiore – gli insegnanti che non premiano i loro pargoli. Il protagonista (o vittima) della vicenda, potrebbe così imparare che nella vita si fallisce, che tocca ripartire, che a volte non si è della partita. C’è un però: il bambino ha 6 anni, età alla quale lo sport dovrebbe appunto educare alla partecipazione più che al successo come unica cosa che conta.