Quella del Maestro Riccardo Muti è più di un’idea: è una visione. E in quanto tale ha bisogno della politica. Politica intesa nel senso greco del termine, ovvero dell’arte di amministrare e governare. Perciò mi trovo d’accordo con il direttore Marco Demarco quando, nel suo editoriale sulle pagine de Il Riformista Napoli, si chiede come mai nessun esponente delle istituzioni si sia posto il problema di interrogare Muti sulla sua proposta di creare un Lincoln Center a Napoli. Di costituire un grande organo di regia tra i principali istituti della cultura sul modello del grande centro delle perfoming arts di New York.
È però importante evidenziare certe differenze tra l’Italia e gli Stati Uniti. Si tratta di due mondi completamente diversi. Da noi, come ha sottolineato il maestro e docente presso il Lincoln Antonio Ciacca, la presenza del pubblico è molto forte. E questo aspetto non può essere toccato. I beni culturali sono un patrimonio di tutti e il pubblico non può lavarsene le mani. È inimmaginabile, ad esempio, che lo Stato abbandoni il Teatro San Carlo. Diversamente dall’Italia, invece, gli USA sono un Paese giovane, senza la nostra storia. Lì un San Carlo non esiste.
È tuttavia importante che negli ultimi anni le cose si stiano muovendo. Circa dieci anni fa, prima di arrivare a Napoli, lavoravo a Milano. E lì le collaborazioni con i privati già cominciavano ad attecchire. Una tendenza che anche nel capoluogo campano sta trovando spazio.
Ad aprire una breccia in questo muro è stato l’Art Bonus promosso dal ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini – e purtroppo ancora ignorato da molti imprenditori – che consente un credito d’imposta (pari al 65% dell’importo donato) a chi effettua erogazioni a sostegno del patrimonio culturale pubblico. È uno strumento molto efficace. A Napoli l’intuizione dell’imprenditore Gianfranco D’Amato ha portato all’istituzione di una realtà che io trovo democratica, illuministica e funzionale: il concerto d’impresa, inimmaginabile soltanto fino a qualche anno fa. Si tratta di dodici imprenditori che, grazie all’Art Bonus, donano 50mila euro ciascuno all’anno alla nostra istituzione. Siamo su cifre lontanissime da quelle che i privati investono nel Nord, ma è comunque un’esperienza virtuosa. Questi soldi vengono erogati con impegni precisi, rendicontabili, con estrema trasparenza e rigore per arricchire l’offerta del Teatro. Un esempio: l’appuntamento del 19 gennaio con Muti e la Chicago Symphony Orchestra. Gli stessi finanziamenti vengono anche spesi per sostenere i giovani artisti del territorio. Questa squadra di investitori viene periodicamente aggiornata sulle nostre attività e tra le due parti vige un dialogo costante, uno scambio di proposte e suggestioni.
Altra esperienza significativa è quella degli Amici del Museo di Capodimonte. Anche in questo caso un gruppo di imprenditori investe sul Museo per sostenerlo. In particolare in occasione delle mostre importanti o di lavori di restauro. Non si tratta delle uniche iniziative del genere sul territorio, sintomo del fatto che molte dinamiche stanno evolvendo.
Diventa allora ancora più legittimo chiedersi perché non si siano messe insieme queste realtà in un luogo di coordinazione. Un organismo con un board e un manager di altissimo profilo ed estranei alla politica. Sarebbero diverse le azioni da intraprendere attraverso una regia del genere. Per esempio, sembra una banalità, ma un cartellone unico eviterebbe la sovrapposizione di prime o di eventi. Un’altra idea potrebbe essere quella di creare una sezione incaricata di supportare le istituzioni per sveltire le pratiche per la tutela del bene culturale. E rendere così la burocrazia più fluida.
Per anni i direttori, che ormai agiscono da amministratori unici, si sono mossi in autonomia. Lo stesso Teatro San Carlo ha collaborato con il Museo Archeologico Nazionale, con il Palazzo Reale e l’Archivio Storico, con la Reggia di Caserta o il Teatro Mercadante. La rete, dunque, in molti casi già esiste. Ma chi più delle istituzioni preposte può adempiere a questo lavoro di coordinazione? La politica deve dare l’indirizzo, sostenere e credere negli enti culturali. Senza l’aiuto delle istituzioni non si va da nessuna parte.