È Napoli la capitale virtuale di un Sud Italia che fatica ad allinearsi agli standard europei nella gestione dei rifiuti, dei cicli virtuosi dell’economia circolare, di un corretto rapporto con il territorio. Il 5 e 6 marzo prossimi si terrà in città il primo Green Symposium su tutto quanto ha a che fare con l’ambiente. La città è stata scelta come laboratorio di discussione e di analisi critica per disegnare un moderno modello di gestione di servizi essenziali.Un’occasione importante per capire se politica, imprese, associazioni, sono davvero in grado di guardare avanti senza strabismo. Se hanno la capacità di accantonare sistemi di gestione superati, causa di inefficienze, sprechi e imbrogli. “Napoli è la città italiana che più di ogni altra ha la necessità di andare verso un primo vero modello industriale di green economy”, hanno detto gli organizzatori della kermesse tra cui figurano i principali attori dei servizi ambientali e dei rifiuti. Ed è proprio dalla gestione di tutto ciò che buttiamo, dalla malapianta della Terra dei fuochi – che a maggio accoglierà Papa Francesco – dalla decennale incapacità della classe dirigente di sviluppare una vision che bisogna partire per scrutare all’orizzonte un traguardo raggiungibile.

Sono passati undici anni da quando Silvio Berlusconi, all’epoca premier, fece finalmente partire l’inceneritore di Acerra e superare la più grave crisi dei rifiuti di Napoli e della Campania: “Lo Stato è ritornato a fare lo Stato”, disse. Quell’impianto oggi funziona, gestito da una multinazionale del Nord, mentre tutto intorno è un diffondersi di discariche a cielo aperto, rifiuti abbandonati, miasmi e allarmi per la salute. La Regione è periodicamente in ginocchio, vuoi per le proteste dei cittadini che non accettano lo stoccaggio di nuovi scatti, vuoi per i sistemi di raccolta e di smaltimento che si bloccano. Servono nuovi impianti? Sì . È questo il punto di caduta di due visioni opposte dello sviluppo e di una prospettiva di crescita credibile. Ci vogliono nuove e moderne strutture sul territorio. Se soltanto la politica – quella che da settembre ci rifila il new green deal – facesse un serio esame di coscienza guardando ai territori più martoriati perché più indietro! Gli impianti non sono fuori dai sistemi di economia circolare, ne sono un pezzo importante, purché controllati e condivisi.

Per lungo tempo la Campania – ha spiegato l’ex Ministro dell’Ambiente Corrado Clini – ha pagato 200 euro a tonnellata per i rifiuti trasportati nei termovalorizzatori di Olanda, Portogallo e Spagna. Il governatore Vincenzo De Luca ha rincarato la dose parlando di 260 euro a tonnellata. L’Italia, con la Campania in testa, ha fatto crescere la buona economia dei Paesi europei più bravi a trasformare i rifiuti in energia pulita. In tutta Europa ci sono 350 siti che gestiscono il 30% dei rifiuti prodotti e fanno scendere le importazioni di fonti di energia tradizionali. D’altra parte i Cinquestelle, a Napoli come a Roma, sono i più accaniti contro nuovi termovalorizzatori o inceneritori. Spesso sono anche imprecisi nella loro retorica ambientalista, giacché i termovalorizzatori trasformano i rifiuti in energia, mentre i secondi si limitano a incenerire tutto ciò che ricevono.

Il cambio di passo deve essere dunque culturale, se vogliamo accettare le sfide della modernità, uscire dalla retorica dell’ambientalismo ideologico e guardare alla sostanza.
Assoambiente, che riunisce le imprese ambientali italiane, ha indirizzato una serie di proposte al governo e dice che l’Italia ha bisogno di almeno una ventina di nuovi impianti tecnologicamente avanzati. “Se non hai gli impianti – dice il suo presidente Chicco Testa – favorisci i farabutti”. E il punto è che bisogna fare gli impianti per togliere l’acqua ai farabutti. Purtroppo, se le risposte sono quelle contenute nel programma del governo Conte bis, non ci siamo. Ma poiché la Campania tra poche settimane va al voto, abbiamo ancora qualche speranza.