La ricerca di riformismo, il bisogno di un Centro coraggioso e le scelte nostalgiche di una sinistra che ha abdicato alla svolta liberale. In un lungo articolo pubblicato sul Foglio nei giorni scorsi, l’ex direttore de Il Mattino, oggi editorialista del quotidiano diretto da Claudio Cerasa, parla anche della candidatura di Sandro Ruotolo a Napoli e dei suoi riflessi sul piano nazionale.

Direttore Barbano, lei scrive che quella di Ruotolo è una candidatura fortemente simbolica. Perchè?
Con questa candidatura Zingaretti chiude un cerchio e azzera tutta la stagione riformista renziana. Ruotolo è il simbolo del giustizialismo, del benecomunismo di De Magistris e di una sinistra che è il contrario della sinistra liberale che Renzi aveva provato a costruire e che Zingaretti ha mandato in soffitta. C’è un atteggiamento di pentimento delle sinistre europee, rispetto agli esiti della globalizzaione. Si è fatto credere che di fronte alle disuguaglianze la soluzione è tornare a dire cose di sinistra, schiacciandosi in posizioni massimaliste. Ed è quello che sta accadendo anche in Italia. In più, a Napoli, interviene anche un certo trasformismo ideologico. Ruotolo è il simbolo delle forze distruttive della sinistra, le stesse che hanno combattuto ferocemente il tentativo riformista nel Pd.

E allora cosa ha spinto il Pd napoletano ad accettare il patto con DeMa?
Da un lato c’è un partito fatto di piccoli cortigiani preoccupati soprattutto di trovare la soluzione più facile per restare a galla, e in questo momento il salvagente è lo zoccolo duro di consensi del sindaco; dall’altro c’è una cifra ideologica della sinistra napoletana, sintetizzato perfettamente dal fondo apparso sul Corriere del Mezzogiorno di qualche giorno fa, a firma Eduardo Cicelyn. «Una cosa di sinistra – scrive – si rifonda contaminando il moderatismo imbelle dei riformisti con i sentimenti e le istanze ribellistiche dei movimenti di terra e di mare». In questa frase c’è tutto il credo movimentista di De Magistris, ma anche quell’anima profondamente ribelle che è una delle cifre identificative della città e a cui la vecchia sinistra napoletana non sa rinunciare.

Sul piano strettamente pratico, però, non si può non tener conto che le elezioni si vincono con i voti. Se il Pd questa volta “rischia” di vincere è proprio grazie ai voti portati dal sindaco.
Il Pd avrebbe dovuto trattare la questione con un approccio strategico e non tattico. Forse in questa tornata elettorale gli conviene, e non è detto. Ma come prospettiva? Anche Antonio Polito qualche giorno fa ha affrontato la questione pizzicando la tentazione di perdere degli intellettuali napoletani. Allora lancio una provocazione: se è giusto sdoganare le alleanze in nome della vittoria alle urne, perché non andare insieme alla Lega? Il problema del Pd non è vincere le suppletive a Napoli, ma recuperare dignità, credibilità e coerenza. Due aspetti su cui la città non scommette più da anni.

Un pezzo di società civile napoletana, guidata da due editorialisti de Il Riformista, Paolo Macry e Biagio de Giovanni, ha sollevato più di un dubbio sull’alleanza tra Partito democratico e De Magistris. Sono stati definiti “mosche cocchiere”.
Biagio de Giovanni e Paolo Macry sono due intellettuali preziosi per la città perché originali, indipendenti e non convenzionali. Hanno detto no alla candidatura di Ruotolo in nome di un contenuto strategico e politico che sfugge al tatticismo miope e di corto respiro di chi si preoccupa solo delle prossime elezioni. Hanno dimostrato di avere molta più coscienza e visione strategica di chi pensa che la politica si riduca al trasformismo di un governo che da gialloverde diventa giallorosso per poi arrivare ad essere, magari, gialloblu.

Proprio Paolo Macry ieri ha sottolineato come il Partito democratico pecchi di incoerenza quando, da un lato, esalta il buon governo di Bonaccini che gli ha permesso di vincere le elezioni, dall’altro, invece, si allea con un’amministrazione che continua a giudicare fallimentare, come quella guidata da Luigi de Magistris. Come si tengono le cose?
Il Pd cerca di occupare la scena mettendo insieme tutte le prospettive possibili. Ma la storia della Seconda repubblica, ha dimostrato che il riformismo liberale non può conciliarsi con il massimalismo ideologico e con il giustizialismo della sinistra. Ci sono molti più punti di contatto tra il riformismo della sinistra progressista e il liberalismo dei moderati di centro e di centrodestra. Ed è in quest’area che bisogna dialogare. Renzi lo ha intuito, però nei fatti ha fallito. Ma è necessario riprovarci.
Proprio a Napoli, però, queste forze riformiste, moderate hanno preferito non entrare proprio in partita. Azione non ha espresso un’indicazione di voto e Italia Viva ha accettato la candidatura di Rutolo, per paura di condannarsi all’irrilevanza.
Sono forze ancora deboli e soffrono di un collateralismo al Partito democratico che non rievocano ad abbandonare. E poi non hanno avuto il coraggio che mi auguro verrà presto. Perché di coraggio ce n’è davvero bisogno.