Sin dalla prima manifestazione di Bologna ho ritenuto le Sardine una importante novità nello scenario della politica italiana. Aver scelto di dare una risposta collettiva e di massa alle politiche aggressive di Salvini è stata un’intuizione che ha ha fatto esprimere liberamente un diffuso dissenso che i partiti non erano riusciti a canalizzare. La scelta di Bologna è stata significativa, perché ha sfidato il leghista direttamente nella terra che aveva pensato di colonizzare. L’ effetto trainante ha consentito che in tutto il Paese si formasse un’opposizione sociale al sovranismo e alla Lega. Tante città, tanti comitati, tanta capacità organizzativa, tanta autonomia hanno posto serie domande alla politica e in particolare al Pd che con Zingaretti ha risposto in modo giusto, enfatizzando il fenomeno ma sottolineando la necessità di conservare l’assoluta autonomia come valore positivo e importante. Insomma ha compreso che il ruolo del partito è altro, cioè trovare risposte concrete e cogenti dialogando con i fenomeni sociali, senza fagocitarli. Anche Napoli ha ben risposto.

Però qui c’è un però che riguarda la vera autonomia delle Sardine che si sta opacizzando in modo preoccupante. Come già avvenuto in passato, c’è sempre un tentativo di egemonia da parte delle minoranze più estremistiche che si travestono da capipopolo. Così sta succedendo per le Sardine, basta leggere i nomi dei portavoce. A Bologna o Torino hanno venti anni, a Napoli cinquanta e una lunga militanza politica nei partiti tradizionali. Dove non si è riusciti a giungere con la militanza, si prova a farlo imbellettandosi con un pò di trucco. Da qui discendono prese di posizione stravaganti rispetto alle elezioni regionali. Sono le Sardine che devono scegliere il candidato presidente? O questo è merito dei partiti che poi possono decidere di confrontarsi pubblicamente sulle indicazioni emerse, ma non esiste un niet preventivo, poiché dimostrerebbe solo pregiudizio. La malattia cronica della politica meridionale è il consociativismo e ho l’impressione che lo si voglia riutilizzare. Sarebbe un grave errore che limiterebbe la capacità di penetrazione del movimento e lo renderebbe subalterno alle antiche consuetudini della politica.

Non è questione marginale se si vuole rinnovare la politica e le istituzioni, anzi è la vera sostanza con cui fare i conti. In Campania si deve aggiungere, al buon governo, una nuova idealità e identità sociale che costringa la sinistra a mettersi in discussione, a ricercare nuove modalità democratiche di rappresentanza. Il modello assembleare, sperimentato dagli arancioni, è fallito ancor prima di cominciare, lasciando campo aperto alla demagogia. Non posso vestire i panni delle Sardine, ma posso suggerire loro di difendere l’autonomia e spingere la sinistra verso l’apertura di una stagione politica nuova, libera dagli antichi stereotipi e dalle antiche guerre di potere che ci hanno costretto in un presente assai mesto.