A ottobre 2003, dopo la proroga, scattano gli arresti per i due professionisti, che finiscono agli arresti domiciliari. Comincia l’iter giudiziario. Inizia la lunga attesa. Restano ai domiciliari 54 giorni e a maggio 2005 finiscono a giudizio. Nell’estate 2012 arriva la sentenza di primo grado: assoluzione.

La Procura presenta ricorso e per la sentenza di secondo grado bisogna aspettare febbraio 2018: assoluzione confermata dopo che la procura stessa rinuncia ai motivi dell’appello. Il certificato di passaggio in giudicato arriva nel giugno successivo, cioè a distanza di 15 anni, 4 mesi e 11 giorni dall’inchiesta, a 10 anni, 4 mesi e 11 giorni dal processo. Un tempo doppio rispetto alla ragionevole durata stabilita dal legislatore.

Assistiti dall’avvocato Fabio Cozzolino, i due professionisti quindi chiedono un risarcimento ai sensi della legge Pinto: a settembre 2018 la Corte d’appello di Napoli accoglie il loro ricorso e condanna il ministero della Giustizia a risarcirli della somma di 9.600 euro.

E qui inizia una nuova attesa che non si sa quanto durerà, si può solo fare una previsione tenendo conto che attualmente il Ministero sta mettendo in pagamento i decreti ricevuti a gennaio 2017. Eppure la legge Pinto prevede che i pagamenti siano effettuati entro 6 mesi. Nuove attese a cui i difensori spesso reagiscono ricorrendo al Tar (intasando i già ingolfati tribunali amministrativi) o alla Corte europea dei diritti dell’uomo come hanno fatto i due professionisti napoletani.

“Lo scandalo – commenta l’avvocato Gabriele Esposito, vice presidente dell’Ordine degli avvocati napoletani – è che durano troppo anche i ricorsi per legge Pinto e lo scandalo nello scandalo è che, una volta stabilito il danno, la liquidazione effettiva dell’importo riconosciuto, che è comunque irrisorio rispetto a quanto patito, avviene dopo un ulteriore lunghissimo periodo di tempo.