Più di quindici anni di attesa per la sentenza (di assoluzione) e una previsione di altri cinque anni per ottenere il risarcimento del danno che una legge, la legge Pinto, stabilisce per chi è vittima della eccessiva durata dei processi. In totale, quindi, la giustizia delle lunghe attese ha condannato due professionisti napoletani ad aspettare quasi vent’anni per veder chiusa la parentesi giudiziaria.

La loro storia è la storia di tanti, basta leggere le statistiche, contare le condanne all’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo e calcolare che la lentezza della giustizia italiana costa allo Stato circa settecento milioni di euro. Soldi che si sarebbero potuti investire diversamente.

“In assunzioni nel settore giustizia – come proposto dal presidente della Corte di Appello di Napoli Giuseppe de Carolis di Prossedi, durante l’incontro per presentare i dati dell’annuale bilancio nel distretto giudiziario napoletano -. Ecco un altro paradosso del sistema: i soldi che si spendono per risarcire i danni riconosciuti dalla legge Pinto potrebbero essere spesi per potenziare le forze lavoro all’interno degli uffici giudiziari, il che consentirebbe di evitare che i processi durino troppo a lungo”.

E invece no. Gli uffici giudiziari sono senza cancellieri e magistrati a sufficienza, i processi durano più del doppio di quanto dovrebbero ragionevolmente durare e lo Stato de- ve poi risarcire i danni agli eterni imputati. Quando paga, però. Perché altro paradosso è che i tempi per ottenere la liquidazione del danno causato dalla lentezza della giustizia sono lunghissimi.

E qui veniamo alla storia dei due professionisti napoletani. Per loro si prospetta un’attesa ancora di anni, che sommata a quella già patita per l’iter del processo penale raggiungerebbe, nella migliore delle ipotesi, la soglia dei vent’anni. Un tempo che per un professionista è pari a quasi la metà della sua vita professionale. Un tempo che può condizionare vita o carriera, e capace di interferire i qualche modo nel naturale corso degli eventi.

La storia comincia quando i due professionisti scoprono di essere indagati per gravi reati contro la pubblica amministrazione a gennaio 2003, quando gli viene notificato l’avviso di proroga delle indagini. L’inchiesta riguarda un’ipotesi di corruzione per una presunta tangente intascata, secondo l’accusa, per oleare procedure per certificazioni e compensi a favore della ditta che aveva regolarmente svolto i lavori. Siamo a Ercolano, e i lavori si inseriscono nelle opere all’epoca in atto per la riqualificazione della zona adiacente agli Scavi. C’erano ancora le lire. L’indagine arriva qualche anno dopo i fatti in contestazione.