È una piccola vittoria dei riformisti dem quella contenuta nella nota che il Partito democratico napoletano ha diffuso nel tardo pomeriggio di ieri per fare il punto sul cosiddetto salva Napoli, l’emendamento al decreto Milleproroghe al vaglio della commissione Bilancio di Montecitorio fino a venerdì 14, quando, salvo nuovi slittamenti, il provvedimento è atteso in Aula.
«Il Partito democratico di Napoli – scrivono – ha una sola priorità: assicurare ai cittadini di Napoli i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Nessun salvataggio quindi né di un ente locale né della sua amministrazione pro tempore: quella di De Magistris, che si è rivelata tecnicamente fallimentare».

I neo alleati del sindaco prendono le distanze dalla gestione finanziaria del primo cittadino, bocciata poche settimane fa dalla sentenza 4/2020 della Consulta che ha dichiarato illegittimo l’uso delle anticipazioni di liquidità, e quindi il bilancio comunale. L’obiettivo dei democrat è riformulare l’emendamento che, così come era stato presentato dai relatori Baldino (M5S) e Melillo (Pd), prevedeva, sic et simpliciter, il congelamento del debito per un anno. Ora invece, il Pd napoletano chiede un nuovo quadro normativo basato su quattro punti: il rafforzamento delle sanzioni per gli amministratori responsabili del dissesto, la definizione, entro il 30 giugno, dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni per tutti i servizi di competenza del Comune, il commissariamento di Napoli, se il nuovo piano di riequilibrio finanziario sarà bocciato, e l’istituzione di un fondo pubblico, garantito dagli immobili del Comune, che possa assicurare il pagamento dei creditori.

Il comunicato arriva dopo la presa di posizione, tanto netta quanto solitaria, assunta dal presidente del partito sulle colonne di Repubblica. «Pur di attaccare l’amministrazione comunale, si vorrebbe semplicemente il fallimento della città di Napoli, bollando quell’iniziativa del governo come conseguenza del patto fra Pd e DeMa», aveva scritto Paolo Mancuso. Per l’ex pm il dissesto del Comune avrebbe significato «indebolire ulteriormente il tessuto già logoro dell’economia cittadina»; «lasciare la città senza asili nido, mezzi pubblici, mense, accoglienza a madri in difficoltà, a cittadini nuovi poveri ed emarginati ed immigrati»; «affidare la città ad un commissario-amministratore del fallimento, che lavora con l’unico obiettivo di ripianare i debiti, con metodo burocratico, con tagli lineari ed indifferenza rispetto alla situazione dei più deboli».

E aveva aggiunto, parlando a nome di tutti: «Il Pd non ci sta». Una posizione evidentemente non condivisa dal resto del partito. Contro l’emendamento, infatti, si era espressa non solo la senatrice Valeria Valente, che a Il Riformista aveva spiegato come la modifica al Milleproroghe servisse «solo a de Magistris per sopravvivere a se stesso e lasciare così la gestione del dissesto a chi verrà dopo di lui», ma anche il costituzionalista Francesco Marone, recentemente nominato a capo del Forum sulle riforme istituzionali per il Pd napoletano.Il professore di Diritto, infatti, sulle colonne del Corriere del Mezzogiorno aveva aspramente criticato l’emendamento, «l’ennesima norma per consentire un po’ di maquillage al bilancio e rinviare ancora la dichiarazione di dissesto».

E aveva aggiunto, rispondendo ante litteram alle motivazioni supportate da Mancuso: «Il dissesto blocca la spesa e, quindi, va evitato a ogni costo, dicono i benpensanti. Vero, ma la spesa è bloccata comunque e il dissesto apre almeno un processo di risanamento». Un giudizio positivo sulla presa di posizione del Pd è arrivato anche dal presidente dell’Eav Umberto De Gregorio, che aveva criticato la miopia di quanti negavano lo stato di dissesto, reale ma non dichiarato, in cui versa la città. «Mi pare siano rinsaviti. Credo sia una posizione netta e condivisibile, la più razionale da prendere».