Non sono mancate le lacrime alla conferenza stampa dell’addio al calcio giocato di Antonio Floro Flores. Una decisione presa martedì scorso, come ha dichiarato l’attaccante napoletano. Mentre era in viaggio verso il centro sportivo della Casertana F.C., sua ultima squadra in Lega Pro. Poi il post sui social, l’annuncio dell’addio a 36 anni. «La mente – ha spiegato il calciatore – stava bene, aveva voglia. Ma il fisico non reggeva più, non era più allineato. Non aveva più senso continuare se non potevo più dare quello che volevo in campo».

Napoletano doc, cresciuto a giocare in strada nel Rione Traiano. «Posso dire – confessa – di aver realizzato il mio sogno di giocare al San Paolo con la mia squadra del cuore. Avevo 17 anni e le gambe che mi tremavano». Aveva cominciato nell’Atletico Toledo. Non senza difficoltà: la ditta del padre stava per fallire e la scuola calcio costava troppo. La società lo fece comunque continuare dopo averlo visto giocare. Una volta, una maestra fece notare al padre che per rendere meglio in classe il figlio avrebbe dovuto lasciare il calcio. «Con che alternativa, morire ammazzato o in galera?», rispose l’uomo all’insegnante. Poi l’episodio che il calciatore ha rivelato nel 2015, alla rivista Il Calciatore, con i carabinieri che irrompono al centro sportivo perché l’allenatore è accusato di pedofilia. Floro Flores ha continuato nel Posillipo e a 17 anni ha esordito con il Napoli in Serie A. Un sogno, ma gli anni in azzurro sono difficili.

«Non avrei mai lasciato la mia città – confida – mi sono state messe in bocca parole che non ho mai detto. Non ho lasciato il Napoli perché pensavo alla nazionale. Avevo vent’anni, andavo nei ristoranti e venivo cacciato, andavo al cinema e dopo dovevo portare la macchina dal carrozziere. Mi davano del traditore». Lo scugnizzo è diventato così un vagabondo del pallone. Sampdoria, Perugia, Arezzo, Udinese, Genoa, Sassuolo, Chievo e Bari. Un’esperienza anche all’estero, in Spagna, nel Granada. «Lì ho capito – ha spiegato – la voglia che le istituzioni hanno di migliorare le condizioni dello sport. Qui invece lascio un calcio peggiorato rispetto a quando ho cominciato. In serie C il degrado di alcuni campi è totale, mi auguro che le istituzioni facciano di tutto per dare una mano alla società».

Il rammarico della carriera è l’azzurro della nazionale maggiore, mai indossato. «Ma c’erano – ha lamentato – Totti, Del Piero, Gilardino. Dovevi fare 30 gol per andare in nazionale. Oggi ne bastano tre. Ma ho giocato contro il mio idolo, Shevchenko. Sicuramente con un po’ di cazzima in più sarei arrivato più in alto». E adesso? Nel calcio, sicuramente. Il presidente Giuseppe D’Agostino ha precisato che per l’idolo del Rione Traiano le porte della Casertana sono aperte.