“Napoli è stata una grande capitale europea. E ancora oggi è un luogo in cui le tracce della storia sono ben visibili e capaci di esercitare il loro fascino»: Alessandro Barbero è l’ospite più atteso del Festival delle Lezioni di Storia, in programma da oggi a domenica a Napoli. Sono 49 gli appuntamenti e 14 gli eventi collaterali che la casa editrice Laterza ha organizzato in città e che vedranno come protagonisti alcuni dei più noti intellettuali italiani e stranieri. A cominciare proprio da Barbero, medievista dell’Università del Piemonte Orientale, vincitore del Premio Strega nel 1996 e oggi star della divulgazione scientifica, che incontrerà il pubblico domani alle 19 al teatro Bellini e sabato alle 12 nella nuova libreria The Spark.

Professore, sembra che il grande pubblico abbia riscoperto l’interesse per la storia. Come lo spiega?
«In realtà sono aumentati i canali attraverso i quali la storia incontra il grande pubblico. Anche nel 1980, quando fu pubblicato “Il nome della rosa”, si parlò di rinnovato interesse per la storia. Invece si trattava di un salto di qualità nelle modalità con le quali gli intellettuali si rivolgevano al pubblico. Oggi c’è la rete e, per di più, viviamo un’imprevedibile stagione d’oro per quanto riguarda il rapporto tra pubblico e intellettuali. I festival si moltiplicano, rivitalizzano le città: trent’anni fa non esistevano, mentre oggi il loro successo viene amplificato da internet».

Questo interesse è dettato dalla volontà di riscoprire le radici o di trovare una bussola con la quale orientarsi nel futuro?
«Innanzitutto c’è il piacere di conoscere quel luogo strano che è il passato. La storia non è solo uno strumento per comprendere il mondo, ma anche un immenso divertimento, quasi un romanzo. Anzi, è un catalogo di fatti realmente accaduti, il che ne accresce il fascino».

Quale rapporto sussiste tra Napoli e la storia?
«La storia non è solo quella dei palazzi e delle dinastie. In questo senso c’è storia tanto nei paesini quanto nelle capitali. Certo, le eccezioni non mancano: a Londra le tracce del passato vanno cercate col lanternino. Napoli, invece, è una città dove la storia gronda dai tetti e cammina per le strade abbracciando uno spazio temporale che va dall’antichità più remota a epoche recenti. E questo contribuisce a rendere Napoli speciale».

Domani parlerà di guelfi e ghibellini. Ma chi sono i guelfi e i ghibellini nell’Italia di oggi?
«L’ultima spaccatura paragonabile a quella è la contrapposizione tra fascisti e antifascisti. Il nostro Paese non ha mai fatto fino in fondo i conti col fascismo: viviamo ancora un’epoca in cui l’avversario viene sistematicamente delegittimato, additato come un delinquente da eliminare».

Non è una contrapposizione anacronistica?
«Possiamo sopravvivere a questa spaccatura proprio perché non è così attuale. Chi propone un’immagine edulcorata del fascismo, per esempio, non pensa nemmeno lontanamente alla riconquista dell’Etiopia».

Per quanto rigide, le contrapposizioni non sembrano impedire improbabili alleanze tra partiti. Penso al governo Lega-M5S, a quello Pd-M5S e all’accordo tra gli stessi dem e de Magistris per la candidatura di Ruotolo alle suppletive nel collegio Campania 07: oggi guelfi e ghibellini potrebbero paradossalmente allearsi?
«Certe spaccature non sono mai così profonde da impedire alleanze improbabili, a dispetto dei proclami di questo o quel partito. La politica, d’altro canto, è l’arte del possibile, dove quello che è vero oggi non lo è domani. Perciò non va drammatizzata».

Domani (oggi, ndr) a Napoli è atteso il presidente francese Macron. Quanto c’è della Francia nella nostra città?
«L’impronta della Francia settecentesca, capace di imporre modelli di civiltà come lo Stato assoluto e l’illuminismo, è molto netta a Napoli. La città partenopea di epoca illuministica s’inserisce in un filone inaugurato proprio dalla Francia di quel tempo con la quale quella di Macron ha poco da spartire».

Napoli è oggi in declino, secondo alcuni perché non abituata a guadagnarsi l’immensa bellezza di cui gode. È una lettura condivisibile?
«La bellezza che troviamo in tutta Italia è immensa e immeritata, se pensiamo a come viene sprecata. In realtà la tendenza a vivere di rendita risale ai tempi dell’impero romano, quando si riteneva che i cittadini dovessero essere sostenuti dallo Stato, e non è solo un’etichetta attaccata dai viaggiatori ottocenteschi sulla pelle dei lazzaroni napoletani. Se vogliamo scherzare con questi stereotipi, riconosciamo che quell’approccio è radicato non solo all’ombra del Vesuvio».
Lei ha paragonato Masaniello ai boss della camorra. Chi sono i Masanielli di oggi?
«Bisogna distinguere. Se per Masaniello si intende la classica immagine dell’eroe popolare che reagisce ai soprusi del potere, possiamo pensare a Di Battista (ride). In realtà non vedo molti Masanielli di questo tipo. Se invece pensiamo al soggetto abituato ad agire con metodi violenti, dobbiamo ammettere di averne troppi al Sud come al Nord».

Masaniello rivive nei toni di molti politici campani di oggi?
«È possibile che un certo modo di rivolgersi all’elettorato abbia più successo a Napoli che in altre realtà. Così come è possibile che a usarlo siano politici intenzionati a fare carriera accattivandosi le simpatie della gente e ispirandosi proprio a Masaniello».

È la strategia di de Magistris?
«Rispondo con il Vangelo: “Tu lo dici” (ride). Resta da vedere se e quanto i toni da Masaniello rientrino in una strategia finalizzata a conquistare l’elettorato o nascondano la volontà, sincera ma impotente, di cambiare le cose».