Che errore grossolano, un errore storico, tecnico e economico; un sopruso urbanistico che alimenta la grave confusione tra l’architettura e il disastroso degrado sociale che l’asfissia. «È come prendersela con le cozze per il colera», si disse allora per dissuadere coloro che volevano l’abbattimento delle Vele, convinti che, una volta eliminate, si sarebbe eliminato anche il degrado di cui esse sono assurte a simbolo. Così non è stato: tre delle grandi Vele sono state abbattute e il degrado è ancora lì.

Al loro posto sono stati costruiti mediocri palazzotti, quelli sì senza alcuna qualità e rispetto per gli abitanti e per la storia della città. E desta sgomento che il piano che prevede l’abbattimento sia frutto anche di studi e convenzioni con la facoltà di architettura di Napoli. Il “programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie” al quale si è attinto per i finanziamenti è finalizzato alla realizzazione di interventi per la rigenerazione delle aree urbane degradate e rendeva possibile recuperare gli edifici esistenti e invece lo si è utilizzato per distruggerli. Restart Scampia è un progetto sbagliato e non funzionerà perché le città hanno una propria intelligenza che si oppone ai piani e ai progetti ottusi.

Salvare una Vela è una palese contraddizione e la dimostrazione della totale inconsistenza tecnica, economica e culturale del piano. Se una Vela può essere recuperata e destinata ad ospitare “temporaneamente” case per centinaia di famiglie vuol dire che è adatta allo scopo abitativo che invece si nega fin nelle premesse del piano, e così solo “occhi che non vedono” ignorano il valore dell’insieme, il progetto delle Vele è una composizione urbana raffinata che si confronta nel suo complesso con la storia e con la geografia dei luoghi.

Si decide di abbattere prima di decidere concretamente cosa fare, forse si farà un concorso dopo, ma in un paese normale si fa esattamente il contrario: prima si fa il concorso per decidere cosa fare. Con tutti quei soldi – diciotto milioni di euro dal Bando Periferie e nove dai Pon metro – andava finalmente completato e innovato, non certo distrutto, il magnifico progetto di Franz di Salvo, andavano costruite le attrezzature che il grande architetto aveva previsto tra una Vela e l’altra, un’operazione di riscatto delle persone e dell’architettura, questa sì che sarebbe politica innovativa, urbana e umana, e giusto risarcimento per gli abitanti – e se non si è capaci di gestire un bene pubblico perché mai non si decide di venderlo come dovrebbe fare il “buon padre di famiglia”?

Altro che ritrovarci con un quartiere senza più forma né identità e con un mucchio di soldi pubblici ridotti in un cumulo stratosferico di macerie da smaltire.
In tante altre parti hanno già deciso da tempo di recuperare le grandi architetture moderne per residenze collettive, dalle Unité d’Habitation di Le Corbusier sulla cui scia culturale si pongono le Vele, al famigerato Corviale di Roma che proprio attraverso un concorso si è deciso di recuperare; il DeFlat Kleiburg, il progetto vincitore dell’EU Prize for Contemporary Architecture Mies van der Rohe Award è un progetto che propone il rinnovamento di uno dei più grandi blocchi abitativi dei Paesi Bassi, stecca residenziale da 500 appartamenti. Il consorzio DeFlat ha salvato l’edificio dalla demolizione trasformandolo in un complesso in cui sono gli stessi inquilini e proprietari a rinnovare i propri alloggi. Una bella notizia: le case popolari e il recupero dell’architettura moderna finiscono sotto i riflettori e sono occasione per una riflessione per le tante città europee impegnate su questi temi; da noi no. La storia ci giudicherà!