La sfida dell’architettura è salvare le periferie. Lo aveva detto Renzo Piano durante una lezione alla Columbia University di New York nel 2015. Napoli sta vivendo una lenta agonia che dilania centro e periferia. Manca un progetto che possa risollevarne le sorti. Architettura e urbanistica sono di fatto sparite dall’agenda politica. Il dibattito si riaccende quando si verificano episodi che, nel bene ma più spesso nel male, segnano la storia della città. Pensiamo alla discussione sul recupero della linea di costa a Bagnoli all’indomani dell’incendio che devastò Città della Scienza o al più recente dibattito scaturito dall’abbattimento della Vele Verde a Scampia che ha visto da un lato l’esultanza di chi per anni è stato costretto a vivere soffrendo in luoghi resi inadeguati alla vita umana e dall’altro chi, pur comprendendo l’esultanza di quella gente, non ha compreso quella delle istituzioni e ha giudicato un grave errore quell’abbattimento.

Le Vele andavano recuperate perché non solo sono belle, come ha scritto Aldo di Chio sulle pagine di questo giornale, ma anche perché rappresentano il simbolo di Scampia, l’identità che è capace di generare orgoglio e appartenenza. Si è preferito percorrere la strada più semplice. Una cosa è certa: oggi a Scampia c’è meno architettura. Eppure l’architettura può avere un ruolo fondamentale non solo per il recupero fisico della città ma anche per quello sociale e culturale. Era il 19 dicembre del 2017, Napoli si preparava a celebrare il Natale quando fu scossa da un grave episodio criminale. Quel giorno un gruppo ragazzi disseminò il terrore tra la folla del salotto buono della città, Chiaia. Quei ragazzi provenivano da un popolare quartiere della zona orientale. Il questore li definì “belve”. Una belva è una bestia resa feroce dalla cattività, costretta a vivere di stenti, rinchiusa in una gabbia, obbligata a misurare i suoi passi. La gabbia in cui quei ragazzi sono diventati feroci è quella che la società gli ha costruito intorno, privandoli dell’aria e della libertà. Non giustifico quel gesto, cerco solo di capirne la genesi.

I problemi di questo territorio, così come di tutte le periferie, sono tanti. In cima a tutto c’è sicuramente la mancanza di lavoro e l’evasione scolastica, ma questo non basta a spiegare quel gesto estremo, espressione di un disagio sociale ma anche richiesta di aiuto. C’è di più. È la mancanza di relazioni umane: è la miseria umana, prima ancora che quella economica, a generare il disagio che poi si trasforma in incontrollata e incontrollabile violenza. Napoli quel giorno sembrò svegliarsi dal sonno dei sensi ma ad armare quei ragazzi che spararono tra la folla è stata la mancanza di politica, è stata la mancanza di attenzioni e di cura di una parte della città che viveva in una realtà dorata rispetto a quella delle periferia. Le periferie che circondano Napoli sono state trasformate in luoghi in cui è difficile costruire relazioni umane, incontrarsi o stare seduti in un parco godendo dello spazio e della natura. Qui, nella città del sole e del mare, mancano persino loro. Sono non-luoghi da cui chi può scappa. Dal treno della metropolitana che da Napoli mi porta nella periferia orientale, il paesaggio che lento scorre sotto i miei occhi è quello di una città abusata. Uno scempio senza fine di cui nessuno sembra essersi accorto. Lo stesso desolante scenario è quello che si percepisce passeggiando per il cuore del centro storico del quartiere Barra.

Il corso Sirena è uno stretto e sinuoso vicolo ricco di edilizia di qualità. È quell’edilizia che Pane magistralmente paragonò alla letteratura, senza la quale sarebbe impossibile capire la poesia, identificata con gli edifici monumentali. Poesia e letteratura qui si susseguono. È un tesoro immenso mortificato dagli abusi ma anche da interventi sbagliati come lo scippo della pavimentazione in basolato o il recente intervento in piazza Vincenzo De Franchis. Non va meglio a Ponticelli dove il centro storico, un altro gioiello di questa periferia, è stato soffocato da un’edilizia fatta di casermoni privi di qualità. La periferia est, un tempo area paludosa fuori le mura di Napoli, ha vissuto una profonda metamorfosi: è passata dall’essere un’area costellata da piccoli agglomerati urbani in cui l’economia era legata alla pesca, all’artigianato e alla agricoltura a essere terra di operai. A imprimere questo brusco cambio di rotta alla storia di questa parte della città fu il governo Giolitti. La legge speciale per Napoli pose fine a quelle che Nitti definiva “illusioni pericolose” che immaginavano per la città un futuro trainato dalla cultura e dalla bellezza.

Prevalse la linea per cui una metropoli come Napoli non avrebbe potuto vivere di sola cultura ma avrebbe avuto bisogno di fabbriche e del porto, di un hinterland produttivo. Così fu. Qui nacquero fabbriche senza soluzione di continuità con l’abitato. C’è stato un tempo in cui qui erano tutti operai, divisi tra decine di fabbriche fiorenti, dalla Cirio alla Corradini, dalle Vetrerie Ricciardi alla Massa Lombarda, dalle Manifatture cotoniere meridionali alla Q8. Poi, la fine di quel sogno rivelatosi un miraggio. Quelle fabbriche hanno lentamente chiuso lasciando solo scheletri vuoti e fatiscenti. La periferia a est di Napoli è tornata a essere palude. Con il Piano di Recupero delle Periferie, negli anni precedenti al terremoto del 1980, qualcosa sembrava stesse cambiando. Per la prima volta nella storia di questa città le periferie sono al centro del dibattito cittadino ma il terremoto in parte sconvolse quel piano. Sulla periferia orientale si riversarono milioni di metri cubi di cemento, un mare di case. E mentre da un lato si curarono le ferite dei centri storici, spesso con interventi pesanti e discutibili, dall’altro si costruivano il Bronx e il rione Pazzigno. Luoghi dove si vive solo di passaggio, dove costruire relazioni sane è difficile. Agli scheletri delle fabbriche abbandonate si è aggiunta l’amarezza per la beffa dei recenti interventi di street art fatti passare per “rigenerazione urbana” ma soprattutto la delusione per quelle promesse mai mantenute che avrebbero dovuto dotare questo pezzo di città di quegli spazi e attrezzature necessarie a far crescere cittadini sani. Penso al recupero della linea di costa e della ex Corradini o ai progetti per l’area Ex Breglia, per la costruzione del Palaponticelli e ancora il piano per la realizzazione della Casa della Musica e per la costruzione del parco del Sebeto. Promesse che, se realizzate, avrebbero consentito a chi vive qui di sentirsi meno in gabbia.