L’abbattimento delle Vele di Scampia è stato vissuto come un rito liberatorio che avrebbe messo in fuga tutte le negatività che si sono accumulate negli anni su questo territorio. In realtà esso rappresenta, a mio avviso, soltanto la metafora del fallimento di una città.  Negli anni ’60, quando tutto il Paese si era gettato a capofitto nel costruire e nel consumare, le Vele avrebbero dovuto realizzare l’utopia di trasferire lo spirito comunitario dei vicoli della città in un luogo il quale, senza alcuna rete né di servizi né di interessi comuni né di finalità condivise, sarebbe rimasto sempre un non-luogo. Un non-luogo dove, però, avrebbe trovato prontamente spazio una solida rete di attività malavitose. I napoletani ora battono le mani davanti al crollo delle Vele perché vince la solita retorica per cui dovrebbe seguire a ruota l’altro crollo, quello della piramide del crimine.

In realtà, sotto le ruspe cade soltanto il tentativo di aver voluto dare a Napoli nuovi spazi di vivibilità. Cade, dunque, un grande progetto abitativo che era iniziato tenendo presente addirittura il modello di Le Corbusier e che poi ha mostrato in maniera inequivocabile come sia facile passare da un progetto di comunità- modello alla realtà del ghetto. L’aspetto più inquietante, però, consiste nell’illusione che dopo questi abbattimenti si ricostruirà una nuova area, questa volta improntata a solidi criteri di vivibilità. Se ciò dovesse, per caso, verificarsi, dovremmo, cioè dovrebbero i nostri discendenti, attendere almeno trent’anni. E, nel frattempo, i milioni di euro continueranno a scorrere come un fiume in piena.

L’abbattimento delle Vele non è un tentativo di sconfiggere Gomorra ma è la presa d’atto che in questa città si gioca a fare e a disfare, come farebbe un bambino con il Lego, senza una visione d’insieme, senza alcuna idea di città o meglio di comunità, senza alcuna spinta ideale verso un diverso modello di società. Solo parole, solo progetti rimandati a un futuro utopico o, meglio, distopico. Una sola Vela, azzurra, resterà lì non solo per servire da fondale alle nostre fiction ormai di successo planetario ma anche per ricordare ai posteri il fallimento di una città e delle classi politiche che l’hanno governata.  La figlia dell’architetto Di Salvo, il quale progettò le Vele negli anni ’60, in un’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno del 21 febbraio, ricorda come l’intenzione, poi tradita, del padre fosse stata quella di coniugare in maniera armoniosa spazi riservati alla vita comunitaria con le esigenze abitative dei singoli e conclude: “Oggi la città non ha niente da festeggiare”.  L’abbattimento delle Vele, infatti, è solo l’ultimo atto della rappresentazione di una città che nasconde la sua impotenza dietro i soliti rumori da Luna Park.